Cronache dai Palazzi

Unioni civili senza adozioni. Il ddl Cirinnà riceve l’approvazione del Senato con 173 sì, 71 no e nessun astenuto. In Aula a Palazzo Madama esultano i dem ricompattati grazie al maxiemendamento del governo che ha stralciato la stepchild adoption, avvicinandosi alle posizioni dei centristi e ricompattando quindi la maggioranza. Nonostante lo strappo del Movimento Cinque Stelle, che la settimana scorsa si è dissociato dal voto a favore del dll Cirinnà, la legge sulle unioni civili è approdata quindi anche in Italia e per il premier Matteo Renzi esulta si tratta di una ‘giornata che resterà nella storia“. Tanti cittadini italiani si sentiranno meno soli – ha dichiarato Renzi -. Ha vinto la speranza contro la paura. Ha vinto il coraggio contro la discriminazione”.

Anche il leader di Ncd, il ministro dell’interno Angelino Alfano, ha esultato per l’approvazione della legge, rimarcando però la distanza tra unioni civili e legame matrimoniale, e i relativi riferimenti alla fedeltà coniugale: “Oggi vince il #buonsenso. Sì ai diritti. No all’equiparazione tra matrimonio e #unionicivili”.

Per la madrina della legge, Monica Cirinnà si tratta di una “legge storica che, finalmente assegnerà, dopo un ritardo insopportabile, diritti pieni e concreti alle coppie gay”. La senatrice dem ha inoltre sottolineato come nel maxiemendamento del governo sia messa in evidenza  la tutela dei bambini attraverso le sentenze dei magistrati mirando a salvaguardare la continuità affettiva del minore. Per il capogruppo dem a Palazzo Madama, Luigi Zanda, “la stepchild adoption esce dalla legge sulle unioni civili, ma il Pd si impegna perché venga inserita in un disegno di legge ad hoc sulle adozioni”, che i democratici si impegnano ad approvare “entro la legislatura”. Si tratta in definitiva di “un bel risultato, una prima tappa del cammino sui diritti civili”, come ha affermato Giuseppe Lumia, Pd, autore degli emendamenti che hanno favorito l’accordo. In definitiva Renzi ha puntato sull’alleanza di governo stralciando le adozioni e ponendo la fiducia sul voto.

Tagliato quindi l’articolo 5  e di un comma l’articolo 3. Confermate inoltre per le unioni civili tutte le disposizioni previste per il matrimonio fatta eccezione per l’obbligo morale della fedeltà e le disposizioni riguardanti le adozioni. È stato però sottolineato che “resta fermo quanto stabilito dalla legge sulle adozioni”. In pratica, in alcuni casi, i giudici potranno riconoscere l’adozione del figlio del partner anche se dello stesso sesso.

Eliminati inoltre i riferimenti alla famiglia a proposito di unioni tra persone omosessuali, tantoché la formula “le parti concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare” è stata sostituita con “indirizzo della vita comune”, rimarcando che la famiglia è solo quella tra eterosessuali uniti in matrimonio.

L’ipotesi delle “maggioranze variabili” è stata smentita dall’Aula – anche se sembra ormai assodato l’ingresso di fatto nella maggioranza dell’ex berlusconiano Denis Verdini – e qualsiasi tentativo di sferzare a sinistra si è rivelato praticamente inefficace. I portavoce della riforma hanno avuto tatto nel sostenere che il gruppo Ala di Verdini si è aggiunto a Pd e Ncd. Forse un’alchimia che prefigura il “partito della Nazione”, che appare e scompare dai discorsi di Renzi. Passa comunque una legge che non è stata discussa né in Commissione né in Aula e il risultato maggiore spetta alla maggioranza che, pur avendo provato il rischio di scompattarsi, alla fin fine ha saputo ammortizzare i colpi evitando spaccature destabilizzanti.

Sul fronte europeo continua il braccio di ferro tra Palazzo Chigi e la Commissione Ue. Jean-Claude Juncker è arrivato a Roma con le migliore intenzioni, “per costruire ponti”, per discutere di argomenti cari ad entrambi: investimenti, politiche di bilancio, dossier immigrazione. Sul tavolo anche la legge di Stabilità e, come ha sottolineato il premier Renzi, soprattutto “una discussione franca sul futuro dell’Unione europea, anche per aiutare Juncker a non ripetere il mandato di Barroso, che non ha lasciato il segno”. In discussione anche il contributo che l’Italia ha dato al dibattito europeo sulle riforme: il position paper scritto dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e apprezzato dal presidente Juncker, anche perché si tratta di un’agenda delle cose da fare stilata dall’Italia e in gran parte condivisa dalla Commissione Ue. Il premier Renzi, infine, continua a considerare la flessibilità richiesta dall’Italia “un diritto”.

Il giudizio della Commissione Ue arriverà solo in primavera e le raccomandazioni sugli squilibri macroeconomici, per i quali l’Italia rimane un sorvegliato speciale da parte di Bruxelles, sono state rinviate all’8 marzo. Un’eventuale procedura di infrazione dovuta alla lentezza nella riduzione dell’ingente debito pubblico rimane in definitiva una minaccia reale per l’Italia, nonostante il pressing di Renzi di voltare pagina rilanciando crescita e investimenti, portando a compimento l’unione bancaria con la creazione di una garanzia unica dei depositi, finora osteggiata da Berlino, e rafforzando in sostanza la stabilità economica dell’Unione europea.

©Futuro Europa®

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