Il caso Regeni

L’esame autoptico eseguito sulla salma di Giulio Regeni, rientrata a Roma dal Cairo pochi giorni orsono, spazza ogni minimo dubbio sulle cause del decesso del giovane. Non d’incidente stradale è stato vittima, né di rapina finita male, come hanno sostenuto – in due iniziali versioni differenti – funzionari egiziani in vena di liquidare frettolosamente la cosa. Sul corpo del povero Giulio, infatti, sono stati riscontrati tutti i segni caratteristici della tortura lenta e implacabile, quella che porta a una brutale agonia, alla fine interrotta con un colpo secco: bruciature di sigaretta, mutilazioni di parti di orecchio, unghie strappate, un numero impressionante di ossa fratturate e, poi, la rottura della vertebra cervicale che ha provocato la crisi respiratoria letale.

Il ministro Gentiloni ha chiesto e ottenuto che le indagini degli inquirenti egiziani si svolgano congiuntamente a un team investigativo italiano; sono partiti in sette, provenienti da Polizia, Carabinieri e Interpol, ma la collaborazione promessa resta al momento sulla carta: non vi è stato accesso agli atti, né incontro diretto con le autorità locali preposte agli accertamenti, cioè la Procura di Giza. La preoccupazione principale dell’Egitto sembra essere il ricondurre le cause della morte del nostro connazionale a un episodio di criminalità ordinaria e non a moventi politici; ipotesi difficile da masticare, considerato il volto del Paese, dopo la deposizione nel 2013 dell’ex presidente Morsi – democraticamente eletto e leader dei Fratelli Musulmani – da parte dell’allora ministro della Difesa al-Sisi.

Dopo il crollo di Mubarak provocato dalle rivolte della Primavera araba e dopo un anno di governo dei Fratelli Musulmani, il presidente al-Sisi – secondo varie organizzazioni e osservatori internazionali sul rispetto dei diritti umani, come Human Rights Watch – è espressione del regime più repressivo della storia moderna dell’Egitto; nel Paese, si registrano quasi tremila condanne a morte e numerosi casi di arresti, torture e restrizioni della libertà personale nei confronti di ogni oppositore o supposto tale. Nel tritacarne delle forze di sicurezza, sono finiti artisti, vignettisti, intellettuali, lavoratori, manifestanti e studenti. Come Giulio.

Giulio RegeniCorsi di studio all’estero, prima negli Stati Uniti, poi in Gran Bretagna, conoscenza perfetta di quattro lingue (arabo naturalmente incluso), dimestichezza con l’informatica, il ventottenne friulano era dotato di grande intraprendenza e spirito d’iniziativa. Si trovava al Cairo per un dottorato di ricerca come universitario di Cambridge. Raccoglieva materiale sulle prospettive di sviluppo economico locale e scriveva articoli per il quotidiano il Manifesto e per il sito di notizie online Nena News, visitato da molti attivisti anti-regime e presumibilmente monitorato dalla polizia segreta. Tesseva rapporti soprattutto con lavoratori ed esponenti dei sindacati indipendenti, oppositori di al-Sisi e, quindi, sorvegliati speciali degli apparati d’intelligence. Scompare, guarda caso, il 25 gennaio, quinto anniversario delle proteste nella famosa Piazza Tahrir; fonti dei nostri servizi, i quali con tempestivo comunicato alle agenzie di stampa smentiscono forme di collaborazione con il giovane, ritengono probabile che Giulio si sia incontrato con alcuni ragazzi decisi a onorare la ricorrenza manifestando nella piazza e sia stato prelevato durante una retata punitiva.

La tesi più accreditata, secondo gli inquirenti italiani al Cairo, è che Giulio Regeni sia morto per le cose che conosceva – nomi, modalità operative, intenzioni dei movimenti d’opposizione – e per ciò che avrebbe potuto rivelare attraverso i mezzi di comunicazione (per tutelarsi, in Egitto, firmava i suoi pezzi con uno pseudonimo) riguardo alle torture. Nonostante la polizia egiziana continui a negare di averlo mai arrestato, si consolida l’idea che le sue attività fossero “attenzionate” da tempo e che su di lui sia stata pianificata un’azione mirata e non casuale. Su queste basi di lavoro, è intuibile quanto non possa darsi per scontata l’effettiva cooperazione da parte delle autorità egiziane.

Sullo sfondo della vicenda, inoltre, l’incontro del 3 febbraio scorso tra il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi e il presidente al-Sisi, praticamente un formale invito all’Italia a investire nel paese nordafricano e a siglare importanti accordi d’interscambio; a margine dello stesso, il nostro ministro aveva affrontato anche il tema della scomparsa dello studente italiano, ricevendo le personali rassicurazioni del presidente. In seguito all’appello della Guidi, il cadavere del ricercatore, denudato dalla vita in giù, sarà ritrovato – in men che non si dica – da un tassista con l’auto in panne e dai suoi passeggeri, scesi a sgranchirsi le gambe, in un fosso nella periferia della capitale, lungo la strada che conduce ad Alessandria. Curioso. Nelle ultime ore, la conclusione della Procura di Giza: Giulio sarebbe stato ucciso in un appartamento nel centro della capitale, a poca distanza dalla propria abitazione; al domicilio del giovane, la famiglia e gli inquirenti italiani avrebbero recuperato intatti i suoi effetti, computer incluso. Irreperibile, invece, il telefonino, da cui è stata probabilmente rimossa la batteria il giorno stesso della scomparsa, per evitare che agganciasse celle in grado di rivelarne la posizione.

Intanto, trapela la notizia di una passata condanna per tortura, nel 2003, del funzionario capo egiziano incaricato delle indagini. Il caso ha assunto dimensioni internazionali: ne ha parlato, durante la sua visita negli Stati Uniti, anche il presidente Mattarella con Barack Obama. L’Egitto innegabilmente riveste grande importanza strategica nell’azione di contrasto all’Isis, soprattutto in Libia, regione che ci interessa molto da vicino e, d’altronde, l’Italia figura tra i principali fornitori di armi e mezzi bellici del governo di al-Sisi. Sul piatto, dunque, varie poste in gioco: prevarrà la ricerca della verità fino in fondo, col rischio d’incrinature nelle relazioni diplomatiche ed economiche tra i due Paesi, oppure un compromesso su teste sacrificabili, in cambio dell’archiviazione dell’inchiesta?

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