Premio Nobel, Tunisia esempio per il Mondo Arabo

Tunisia – Stupore e fierezza per il premio Nobel per la pace attribuito al Dialogo nazionale. Un progetto nato nel 2013 dall’associazione di quattro formazioni. Il loro obiettivo? Creare un governo di tecnici mantenendo il dialogo sociale attraverso il Paese. I Nobel premiano, attraverso il Dialogo nazionale, il percorso iniziato in Tunisia dopo la rivoluzione del 14 Gennaio 2011. Due pesi massimi della società governano il quartetto: il sindacato UGTT e il padronato, l’Utica (la nostra Confindustria). Al loro fianco si trovano l’ordine degli avvocati e la Lega tunisina per i Diritti Umani (LTHD). Il fulcro del loro lavoro è stato la negoziazione della nomina alla fine del 2013 di un Governo senza etichette politiche, con la scelta di Mehdi Jomaa come capo di governo. Una road map era quella di portare a buon fine le elezioni politiche e presidenziali  (Ottobre 2014), e mantenere il Paese in sicurezza. In quattro anni l’architettura della giovane democrazia tunisina diventa concreta: elezioni, Assemblea Nazionale, revisione della Costituzione, II Repubblica. La fragile transizione democratica della Tunisia si è salvata grazie al lungo e difficile “dialogo nazionale” tra il Partito islamista Ennahda e i suoi oppositori.

La scelta dell’Accademia svedese può sorprendere dato che il Dialogo nazionale non è una struttura ufficiale, ma un gruppo di persone influenti e di buona volontà. L’UGTT, con i suoi 500.000 iscritti, è il sindacato più importante del Paese. L’Utica rivendica 150.000 membri. Spesso in conflitto tra loro, al punto che qualcuno aveva chiesto “un Dialogo nazionale in seno al Dialogo nazionale per farli riconciliare”, il tandem ha permesso di superare il doloroso 2013. Anno contraddistinto dagli assassinii di Chokri Belaid e del deputato Mohamed Brahmi. L’unione avvenuta attraverso il Dialogo nazionale ha stabilizzato la Tunisia, portando il Paese alle urne e perpetuando la pratica democratica. Da Beji Caid Essebsi, il Presidente della Repubblica, a Wided Bouchamaoui, Presidente dell’Utica, le reazioni si sono sovrapposte all’annuncio del premio, ma tutte con lo stesso stato d’animo: il Nobel è per tutti i tunisini e per tutte le tunisine.  E soprattutto ha dopato la speranza, termine annegato da mesi  nella morosità economica e securitaria (i due attentati del Bardo e di Soussa, l’infiltrazione Isis, negoziati salariali alla paralisi).

Il Nobel per la pace 2015 premia la Tunisina, prova che un Paese arabo può costruire una via democratica. Lo schema “il bastone o i barbuti” ha vinto a Tunisi. L’alleanza tra il Nidaa Tounes di Beji Caid Essebsi e gli islamisti di Ennahda ha sorpreso molti dopo una campagna elettorale al vetriolo (verbale). I due Partiti governano Tunisi con una comoda maggioranza all’Assemblea dei Rappresentanti  del Popolo(155 deputati su 217). Questa alleanza, così come il “caso” Tunisia, è un’eccezione. I Nobel hanno salutato il percorso, la riuscita politica, la cultura del consenso che nessun vicino sembra aver saputo mettere in pratica. In Egitto, il rais Al-Sissi ha risolto il problema mettendo in carcere quasi tutti i Fratelli Musulmani,. L’ex Presidente Morsi è stato condannato a morte. In Algeria, il quinto mandato di Bouteflika attraversa una crisi economica legata ad un modello basato per il 90% sul commercio degli idrocarburi. Vista da lontano, la Tunisia appare come un’oasi di pace democratica. E’ questo che l’Accademia di Svezia ha consacrato, mettendo all’indice una ventina di Paesi arabi e i loro regimi semi-dittatoriali o totalitari. Ma non ci facciamo abbagliare dal prestigioso premio, niente di idilliaco. La Tunisia attraversa gravi difficoltà. Una crescita economica pari a zero, una fortissima disoccupazione, il turismo a picco (60% in meno dagli attentati di Soussa e Bardo), la minaccia terrorista, 8000 tunisini in Syria per la jihad… Questo Nobel dunque? Un modo per dire alle democrazie del mondo intero che la giovane democrazia tunisina ha bisogno di sostegno. Non solo con belle parole, bei discorsi e sterili visite ufficiali.Il quartetto lo ha ribadito più volte alla consegna del premio lo scorso 10 Dicembre a Oslo. Alla Comunità Internazionale è stato chiesto di fare della lotta contro il terrorismo che colpisce ovunque, da Tunisi a Parigi, “una priorità assoluta”. In un Municipio tutto infiorato, ma posto sotto la massima sorveglianza, Houcine Abassi, Segretario generale dell’UGTT ha denunciato gli “atti terroristici barbari e carichi di odio” perpetrati nei mesi scorsi in Tunisia e nel mondo, da Parigi a Beirut, da Sharm el-Sheikh a Bamako.

Il “premio per la pace di quest’anno è veramente un premio per la pace su sfondo di guerre e disordini” ha sottolineato il Presidente del comitato Nobel norvegese, Kaci Kullmann Five. Il processo di democratizzazione è reso ancor più fragile dalla minaccia jihadista. Dopo l’attentato suicida dello scorso 24 novembre, che ha causato la morte di 12 persone, le autorità hanno instaurato il coprifuoco a Tunisi, chiuso temporaneamente la frontiera con la Libia, e per la seconda volta in un anno, instaurato lo stato d’urgenza. La Tunisia è un faro la cui luce dovrebbe guidare chi non è riuscito a cogliere il vento giusto durante la Primavera araba. A forza di compromessi tra formazioni che sulla carta risultavano diametralmente opposte, il Paese si è dotato di una nuova Costituzione e ha organizzato elezioni libere mentre Libia, Egitto, Yemen e Siria sprofondavano nella desolazione più grande. Ma ora va raccolto l’appello del Paese, perché, come ha sottolineato Abassi, “oggi più che mai c’è grande bisogno di dialogo tra civilizzazioni e di coesistenza pacifica nel rispetto della diversità e delle differenze”.

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