Cronache dai Palazzi

La seduta fiume alla Camera sul ddl di riforma costituzionale rischia di trasformarsi in un pantano. I forzisti strizzano addirittura l’occhio alla minoranza Pd. Brunetta chiede “l’intervento del Capo dello Stato per quello che sta accadendo in Parlamento”, mentre Rosy Bindi puntualizza che serve “più tempo per approfondire” su riforme costituzionali e sistema elettorale.

L’esecutivo però prosegue la sua corsa e da Bruxelles, dove ha partecipato al vertice Ue, il premier Renzi ribadisce: “La nostra maggioranza non si blocca” e “lavora anche di notte”.  Dopo gli ultimi episodi di divisionismo in Aula Renzi inoltre sottolinea: “Se passa la logica per cui l’ostruzionismo blocca il diritto e il dovere della maggioranza di fare le riforme è la fine. Minacciano di non votare? Problema loro. Nelle opposizioni sta avvenendo un gigantesco regolamento di conti”.

Al ddl Renzi-Boschi mancano comunque ancora centinaia di votazioni per concludere l’esame a Montecitorio e il voto finale molto probabilmente slitterà a marzo. La rottura dell’asse Renzi-Berlusconi non ha scoperto solo i nervi dei forzisti ma anche quelli di Palazzo Chigi. Il Patto del Nazareno rassicurava l’ex Cavaliere ma, nel contempo, assicurava a Renzi un bacino più ampio di voti.

Nel frattempo, dopo i nuovi morti nel mare di Sicilia, si dibatte sul “derby” Mare Nostrum Triton. Per il premier Renzi si tratta di una sterile esposizione di “posizioni ideologiche” e puntualizza: “ Non è che con Mare Nostrum non si moriva  e ora si muore. Si può chiedere all’Europa di fare di più e lo farò nel Consiglio Europeo”. Per Renzi la priorità è risolvere il “caso della Libia. Non il derby tra chi vuole Mare Nostrum o Triton”. Si tratta solo di strumentalizzazioni anche se il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ammette: “Triton è un inizio ma non è sufficiente”, quindi è necessario mandare “molto chiaramente un messaggio alla Ue”. Il dramma degli immigrati sconvolge un’arena politica già molto provata e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, esprime la sua solidarietà per una “nuova immane tragedia umanitaria”.

“Ripristinare Mare Nostrum. Che gli altri paesi europei lo vogliano oppure no. Che faccia perdere voti oppure no”, scrive l’ex premier Enrico Letta, promotore di Mare Nostrum. Sulla stessa lunghezza d’onda Pier Luigi Bersani, ma anche la presidente della Camera Laura Boldrini afferma che “di fronte a questa tragedia non si può non prendere atto che l’operazione Triton è inadeguata”, sottolineando che “L’Europa deve dotarsi di un sistema di monitoraggio e salvataggio più efficace”.

Sulla riforma costituzionale continuano a piovere emendamenti e subemendamenti che rendono arduo il percorso. A Montecitorio non vige il “canguro”, che nel regolamento di Palazzo Madama consente di accorpare gli emendamenti simili per accorciare i tempi di voto sui testi di legge. E così le opposizioni incalzano con i subemendamenti ostacolando la corsa dell’esecutivo, un gioco che il premier Renzi non gradisce denunciandolo addirittura di fronte alle telecamere di Sky: “Il problema non è discutere nel merito, su quello ci siamo, ma fare ostruzionismo. Noi però con caparbietà le riforme le portiamo a casa”. Occorre però aggiungere che il vero problema è ‘il quando’.

“Noi siamo rispettosi della Costituzione e delle leggi – afferma Renzi – ma quando vedo lanciare libri o urlare mi spiace per le istituzioni, perché quei deputati non stanno servendo in modo corretto il loro Paese”. Per il premier il problema delle opposizioni non risiede nei contenuti. “Sono mesi che il dibattito costituzionale è in discussione alla Camera” e “sono passati sei mesi dalla prima lettura” . Renzi sottolinea che le opposizioni “non vogliono discutere nel merito ma fare polemiche”. A di là delle “polemiche”, comunque, la Camera ha approvato uno dei punti fondamentali della riforma: l’articolo 31 del ddl che sostituisce il 117 della Costituzione, nel quale vengono definite le nuove competenze dello Stato e delle Regioni, eliminando le competenze concorrenti, e riportandone in capo dello Stato altre prima attribuite alle Regioni. FI, Lega e Sel hanno votato contro, così come sull’abrogazione delle Province.

L’ex Cavaliere, dopo aver metabolizzato la rottura del Patto del Nazareno, spiega che porterà avanti una “opposizione a 360 gradi”. “Continueremo ad appoggiare ciò che delle riforme riteniamo utile per il Paese – incalza Berlusconi – e alla fine, valutato come il nostro contributo sarà stato recepito dalla maggioranza, decideremo sul voto finale. E così faremo anche sulla legge elettorale”. Forza Italia chiede inoltre al premier di chiarire la questione delle banche popolari, insinuando un possibile traffico di informazioni a carico di Palazzo Chigi. “L’audizione del presidente della Consob Giuseppe Vergas alla Camera ha messo in luce movimenti di Borsa poco chiari” – sottolinea a sua volta Mario Mauro, presidente dei Popolari per l’Italia – e la decisione di Bankitalia di commissariare la Banca popolare dell’Etruria e del Lazio di fatto conferma che c’è qualcosa che no va”. I Popolari per l’Italia rilevano la loro “perplessità sui contenuti e le modalità di presentazione del decreto banche, a nostro avviso – sottolinea Mauro – lesivi degli interessi dei risparmiatori e dei piccoli imprenditori che hanno nelle banche popolari e di credito cooperativo una fondamentale leva di sostegno delle proprie attività”.

Il decreto sulle banche popolari rappresenta un punto di disaccordo che si aggiunge a tutti gli altri. La bagarre politica è evidente. L’atteggiamento di Berlusconi, in particolare, è condizionato dai focolai di rivolta che rischiano di incendiare la casa azzurra, dove è ormai in scena una spaccatura. Raffaele Fitto si avvia verso la porta e l’ex Cavaliere lo accompagna, pronto a tornare al comando dal 9 marzo rilanciando la sua leadership all’interno del partito personale, rifiutando quindi un eventuale “azzeramento dei vertici” e qualsiasi tipo di elezione “dal basso”, come suggerito da Fitto.

A Raffaele Fitto Berlusconi ha chiesto di allinearsi entro due settimane, oppure l’ex governatore pugliese può tranquillamente abbandonare l’ovile con il suo 1,3 per cento stimato dall’ex Cavaliere. “Ci vuoi cacciare perché avevamo ragione?”: replicano i fittiani elencando tutti gli errori scaturiti dal Patto del Nazareno. “Meglio esserti antipatico e non abile  nello sport dell’ossequio a corte – aggiunge Fitto – ma utile e sincero. Te lo dico con amarezza: stai ancora una volta sbagliando tutto”. Parole inequivocabili che preannunciano nuove battaglie, magari in compagnia di altri moderati – Ncd in testa – per rilanciare un centrodestra alternativo al centrosinistra nelle prossime elezioni. Tutti gli organi del partito sono oggi privi di legittimazione e si trovano in una condizione extra-statuaria”,  insiste Fitto, e “intanto ancora non si sa come FI voterà su legge elettorale e riforme”.

Berlusconi si limita ad assumersi  la responsabilità delle sconfitte, ammettendo che sarebbe stato “ottuso e nefasto” continuare sulla strada del Nazareno e ribadisce che “non si può andare avanti così. La minoranza ha diritto di esprimere le sue posizioni ma poi è la maggioranza a decidere”.  Nel contempo avvia le trattative per un’altra subalternità, seppur datata, quella alla Lega, tantoché Fitto contesta anche il repentino passaggio da “forza Renzi” a “forza Salvini”. L’irriducibilità a un’alleanza con la Lega è un fattore che accomuna Fitto e Alfano.

Fitto definisce Berlusconi una “icona” e vorrebbe un partito “normale”, la sola cosa che da Berlusconi non potrà mai avere: un partito dove tutte le cariche sono in discussione, compresa quella del leader. “Fitto chiede l’azzeramento? Ma lo dica chiaramente che vuole il mio, di azzeramento!”: è questa la replica del grande capo. Fitto ovviamente non sceglie termini così diretti ma ribadisce la sua convinzione: “azzerare tutto, ed eleggere tutto dal basso”. L’eurodeputato contesta la linea del fondatore facendo però pesare il carico degli errori su chi “gli sta intorno, e gli dice sempre di sì portandolo al disastro”. Un disastro che potrebbe concretizzarsi in un big bang per FI alle Regionali di primavera. In questo cammino di rottura si inserisce l’iniziativa dei “Ricostruttori” – il 21 febbraio a Roma – nella quale Fitto ribadirà il suo controcanto, la contrarietà su tutto che manda su tutte le furie Berlusconi, tra gli altri invitato a partecipare.

“Mi pare che si sia passati da un accordo non su tutto a un disaccordo su tutto”, commenta il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, facendo una sintesi dei fatti che si commentano da soli. L’asse Renzi Berlusconi si è definitivamente spezzato con l’elezione di Sergio Mattarella ma forse è stata semplicemente la goccia che ha fatto traboccare un vaso troppo pieno già da diverso tempo. Considerate le differenze di vedute e di contenuti, in effetti, il patto di non aggressione reciproca tra Pd e FI era destinato ad implodere.

La strada verso la realizzazione delle riforme diventa così sempre più tortuosa e l’esecutivo Renzi deve ormai fare i conti con più minoranze, oltre a quella del suo partito, guadagnandosi da vivere giorno per giorno. In sostanza, se non sarà possibile arrivare al 2018, si dovrà resistere almeno fino a luglio 2016, quando l’Italicum sarà legge.

©Futuro Europa®

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