Finanziamento ai Partiti, come funziona in Europa

I costi della politica e la copertura degli stessi sono un argomento molto sensibile per la pubblica opinione, appena se ne accenna discussione le polemiche impazzano. La storia del finanziamento pubblico in Italia è iniziata nel 1965 quando il senatore democristiano Giuseppe Trabucchi rimase coinvolto in una storia di finanziamenti illeciti per favorire una società interessata al monopolio delle banane. Successivamente nelle maglie dello scandalo petroli rimasero Dc, Psi, Psdi, Pri che ricevettero finanziamenti (non dichiarati) dall’Enel e dalle compagnie petrolifere. Per evitare queste irregolarità venne varata nel 1974, la “legge Piccoli”, approvata in soli 16 giorni e votata da tutti i partiti, tranne quello Liberale. Con questa si introduceva per la prima volta il finanziamento pubblico e diretto ai gruppi parlamentari. Nel 1978 un referendum abrogativo indetto dai Radicali venne bocciato. Le modifiche alla normativa (legge n.659 del 1981) raddoppiarono i finanziamenti, introducendo solo nuove forme di pubblicità, ma non di controlli, dei bilanci. La Tangentopoli del 1993 portò ad un nuovo referendum in cui 31 milioni di italiani, pari al 90,3% dei votanti, scelsero di abolire il finanziamento pubblico. Nello stesso anno il governo di Giuliano Amato, mentre varava la più grande finanziaria colma di tasse mai vista, compreso il famoso “prelievo forzoso cui c/c”, non si scordò dei partiti istituendo un “contributo per le spese elettorali” per attribuiva ad ogni cittadino, inclusi i non votanti, una pro-quota di 1.600 lire destinata a rimpinguare le casse dei movimenti politici per le spese sostenute, dal finanziamento ai rimborsi insomma.

Il finanziamento pubblico venne di fatto reintrodotto nel 1997 con la legge n.2 del 1997 che destinava lo 0,4% dell’Irpef ai partiti. La legge n.157 del 1999 istituì cinque fondi per le spese elettorali sostenute per le campagne per il rinnovo di Camera, Senato, parlamento europeo, consigli regionali e referendum. Ai partiti finirono 193 milioni di euro annui in caso di completamento della legislatura. Il rimborso veniva inoltre slegato dalle spese sostenute. La legge n. 156 del 2002 trasformò il fondo in annuale ed abbassò il quorum che ne dava diritto dal 4 all’1%. L’ammontare del fondo passava inoltre da 193 milioni quasi 469 milioni. La legge n. 51 del 2006, stabilì che l’erogazione del rimborso era dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva. Le elezioni anticipate del 2008 portarono così a doppie entrate. Volutamente o meno, la norma partorì un mostro per cui partiti ricevettero i fondi della vecchia legislatura non conclusa e di una nuova appena iniziata. Non solo: la norma portò pure al finanziamento di partiti ormai sciolti quali Ds, Margherita, An o Forza Italia (poi rinata). La legge n.96 del 2012, voluta da Mario Monti, ha stabilito infine il dimezzamento dei rimborsi totali. Le cifre esatte non esistono, ma è stato calcolato che dal 1994 a oggi sono stati erogati ai partiti circa 2 miliardi e mezzo di euro.

A partire dalla dichiarazione dei redditi del giugno 2015, gli italiani potranno decidere di versare il due per mille della loro imposta sul reddito ai partiti. Sarà possibile fare anche donazioni dirette ai partiti. I privati potranno donare fino a 300 mila euro l’anno, con una detrazione pari al 52 per cento per le donazioni tra i 500 e i 5 mila euro e con una detrazione del 26 per cento per gli importi fino ai 20 mila euro. Le persone giuridiche, cioè le società e gli enti, potranno dare fino a 100 mila euro l’anno.

Nel sentire comune appare quasi assurdo che nel clima di anti-politica dominante ci siano finanziamenti “personali e volontari” ai partiti. Nulla di più sbagliato, dei quasi 5 miliardi percepiti dai partiti dal 1992 ad oggi, 1,9 miliardi provengono da versamenti privati diretti. L’ultimo dato disponibile parla di quasi 29.000 donazioni, in costante aumento, tutto questo è monitorato dalla Tesoreria della Camera dei Deputati. Forza Italia e PDL sono ad esempio i più graditi ai grandi finanziatori tra cui spicca il petroliere Gian Marco Moratti con oltre 10 milioni donati alla moglie Letizia per la campagna elettorale come candidata Sindaco di Milano. La Lega Nord si caratterizza per una galassia di micro donazioni, mentre il centro-sinistra vanta tra i suoi sostenitori la piccola e media impresa attraversando i vari settori merceologici, questa caratterizzazione rispecchia anche i propri bacini elettorali e spiega anche le diverse “sensibilità” dei governi. Abbiamo poi soggetti che per stare sul sicuro distribuiscono donazioni a tutte le parti, emblematico il caso di Autostrade che nel 2006 finanziò Udeur, Lega Nord, Ds, Margherita, Comitato per Prodi 2006, Forza Italia, Alleanza Nazionale e Udc.

Questo è il panorama nazionale e significa che al di là di facili parole, la copertura dei costi della politica è un problema reale. In Europa, solo Svizzera e Malta non prevedono una legislazione in tal senso, all’interno della UE rimane quindi solo Malta.

La Germania prevede un contributo in proporzione ai voti di € 0,85 per elettore fino ai 4 milioni poi di 0,70 per la parte successiva, inoltre lo stato integra le donazioni private in ragione di € 0,38 per ogni euro ricevuto e certificato. I versamenti possono essere effettuati solo da privati e non da aziende partecipate, fondazioni politiche ed ecclesiastiche, se arrivano dall’estero o sono anonimi non possono superare i 1.000 euro, i versamenti sono deducibili completamente (nel 2011 si sono avuti 136,9 milioni da parte pubblica e 53,1 dai privati).

La Francia prevede un finanziamento pubblico basato sui voti e sui parlamentari eletti, vengono rimborsate le spese effettive oltre una quota forfettaria, sono penalizzati i movimenti che non prevedono una quota minima di donne. La raccolta delle donazioni private deve avvenire tramite un mandatario responsabile, sia esso un’associazione o una persona fisica. Solo i privati fisici possono fare versamenti e con un tetto massimo di € 7.500, questi sono deducibili per il 66% (2012 finanziamento pubblico 118 milioni, 2011 privati 20 milioni).

Ridotto all’osso il finanziamento pubblico nel Regno Unito, si agevolano servizi e contributi con un tetto massimo annuale di 2 milioni di euro annui. I soldi pubblici sono destinati all’opposizione e si dividono tra l’aiuto per lo svolgimento dell’attività parlamentare, spese di viaggio e diretti al leader. I privati possono fare versamenti ai membri del partito, purché questi siano regolarmente registrati, tutti i contributi vanno denunciati alla Commissione Elettorale, oltre i 1.000 euro (5.000 se versoun’associazione) anche da parte dei sostenitori (nel 2012 il pubblico ha versato 10,5 milioni, i privati 37 milioni).

Fuori dalla UE, a titolo di paragone, portiamo gli Stati Uniti, i finanziamenti pubblici sono solo per le campagne presidenziali, nelle tre distinte fasi che vanno dalle primarie alla campagna elettorale vera e propria. L’accettazione del pubblico inibisce il recepimento di versamenti privati, il che porta i partiti a rifiutare il contributo statale. Le aziende non possono finanziare direttamente i candidati, ma devono passare dai suoi Comitati di Supporto, esiste un tetto alla quota, ma possono essere coperte completamente le “spese indipendenti”.

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