Cronache dai Palazzi

È ora di fare i conti con le riforme e vedere in che stato arriveranno sotto l’albero. Il doppio binario rappresentato dalla riforma del sistema di voto e dall’elezione del prossimo capo dello Stato continua ad essere al centro dell’attenzione della classe politica. Il premier accelera sull’approvazione della legge elettorale che dopo aver superato l’esame di Montecitorio dovrebbe approdare in Senato il 7 gennaio, data in cui inizieranno le vere danze sull’Italicum e che aprirà un periodo denso di eventi importanti, dato che le “imminenti” dimissioni di Napolitano si avvicinano e dovrebbero avverarsi nel primo mese del nuovo anno, tra il 10 e il 20 gennaio.

Le dimissioni del capo dello Stato si accavalleranno con l’eventuale passaggio alla Camera della riforma costituzionale, previsto tra il 15 e il 28 gennaio 2015, quando si dovrà quindi fare i conti con la convocazione delle Camere in seduta comune per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Lo scenario prefigurato non è dei più rassicuranti e si prevedono tempi duri per il dibattito parlamentare già di per sé provato da vari episodi. Renzi continua a ribadire l’importanza di “ottenere il via libera del Senato sulla legge elettorale entro fine gennaio, prima del voto del nuovo capo dello Stato”, e sembra essere convinto che “il Parlamento abbia imparato la lezione dell’aprile 2013”, quindi per quanto riguarda la scelta del nuovo inquilino del Colle “riuscirà a fare quello che deve nei tempi stabiliti”. Tutto questo può essere un augurio da coniugare con gli auguri di fine anno ma gli eventi della politica dei prossimi mesi non fanno presagire tempi facili e distesi, nonostante l’iniezione di fiducia del presidente Napolitano che, di fronte alla platea degli ambasciatori stranieri riuniti al Quirinale, ha ribadito “l’ampio e coraggioso sforzo che il governo italiano sta compiendo per eliminare alcuni nodi e correggere alcuni mali antichi che hanno negli ultimi decenni frenato lo sviluppo del Paese e sbilanciato la struttura stessa della società italiana e del suo sistema politico e rappresentativo”. Napolitano non ha inoltre mancato di sottolineare “l’opera difficile e non priva di incognite” del governo Renzi.

Sullo sfondo continua ad aleggiare lo spauracchio delle elezioni anticipate che per il momento Matteo Renzi esclude, rassicurando gli avversari (i forzisti in primis) che si andrà a votare con l’Italicum nel 2018. La minaccia del voto rappresenta comunque una leva sulla quale insistere per ottenere il massimo dalle trattative, in primo luogo con Forza Italia che non vuole accettare l’Italicum prima dell’insediamento del primo inquilino del Colle, in sostanza prima di febbraio. Qualora si dovesse votare prima dell’approvazione della nuova legge non si utilizzerebbe comunque il Mattarellum, bensì il Consultellum (proporzionale) licenziato dalla Corte costituzionale: è questa la rassicurazione speciale fatta dal premier ai forzisti che non vedono di buon occhio il Mattarellum “fatto nella stagione dell’Ulivo, che Renzi disdegna”, ha dichiarato Bersani per il quale il Mattarellum “è meglio del Porcellum e un filino meglio anche dell’Italicum”.

Per ora una clausola di salvaguardia sancirebbe che l’Italicum sia operativo solo dopo l’entrata in vigore della riforma del bicameralismo, e non prima di settembre 2016. Tutto ciò però non basta a neutralizzare i sospetti, come quelli espressi da Loredana De Petris di Sel: “Se Renzi incassa l’Italicum senza clausola di salvaguardia che lo agganci alla riforma del bicameralismo, ci mette poco, poi, a firmare un decreto che anticipa la data e fa valere lo stesso Italicum anche per il Senato”. In pratica Renzi potrebbe mantenere la promessa di votare nel 2018 solo per la Camera (con un nuovo presidente della Repubblica) ma, nel contempo, si potrebbe andare alle urne prima che sia cancellato il vecchio Senato.

Per Matteo Renzi l’approvazione entro gennaio sia dell’Italicum sia della riforma costituzionale in prima lettura continua ad essere l’unico modo per svincolare la scelta della prima carica dello Stato dal ricatto sulle riforme, evitando quindi l’arenarsi delle stesse rinviando i progetti di riforma a dopo l’elezione del nuovo presidente. Strategia perseguita dai forzisti che continuano a temere le urne nei primi mesi del 2016.

Per l’ex Cavaliere Forza Italia non sarebbe pronta per il voto prima dell’autunno del 2016, mentre il Pd potrebbe considerarsi pronto a rimettersi in gioco sotto la guida renziana, come del resto Salvini con la sua leadership in ascesa. Due motivi di sofferenza per Berlusconi che per ora cerca di ragionare su un possibile nome per il Colle: un profilo simile a Padoan sarebbe meglio di un profilo simile a Prodi.

I veti incrociati sulle riforme non fanno comunque presagire nulla di concreto. Le tensioni tra i partiti e dentro i partiti sono l’unica cosa concreta che si avverte in questo ultimo scorcio del 2014, periodo nel quale le riforme annunciate dovevano essere già state approvate da tempo. Il clima è caotico, le guerre sotterranee feroci. L’obiettivo della legge elettorale e della riforma costituzionale, appannaggio di Renzi, presuppone in definitiva un Pd unito e quindi non lacerato da tensioni intestine o, nella peggiore delle ipotesi, da scissioni. Berlusconi, a sua volta, è preoccupato, oltre che per un eventuale voto anticipato,  per le tensioni interne al suo partito dovute anche al rapporto con Renzi, ma per ora difende i patti con il premier in carica, almeno fino all’elezione del nuovo presidente della Repubblica che per il leader azzurro dovrebbe essere “un politico di lungo corso e non di provenienza comunista”.

L’ex Cavaliere ha ribadito ai suoi  deputati che Forza Italia “voterà le riforme pur restando all’opposizione”, e per quanto riguarda il patto del Nazareno – “che ci è pesato molto”, ha affermato Berlusconi – è propedeutico all’elezione di un presidente condiviso, se “eviteremo di dividerci”, ha ammonito Berlusconi ai forzisti, tra i quali c’è chi – come Fitto e Brunetta – pensa che l’abbraccio con Renzi provochi solo danni al partito. Sono circa quaranta i “dissidenti” di Forza Italia che potrebbero opporsi al gruppo sia sulla legge elettorale sia sul Quirinale. Nel contempo l’ex coordinatore Denis Verdini – al quale l’ex Cavaliere non può rinunciare nonostante varie contestazioni interne al partito azzurro – continua a tessere la tela dei rapporti con Renzi sia su riforme e legge elettorale sia sull’elezione del nuovo capo dello Stato.

Sull’elezione del nuovo capo dello Stato se ne potrebbero vedere delle belle anche per quanto riguarda i Cinque stelle tra i quali spuntano una quarantina di fuoriusciti – tra espulsi e chi ha lasciato il Movimento per scelta – che potrebbero dar vita a scenari non prevedibili, creando un fronte alternativo alle minoranze di Pd e Forza Italia. Alcuni dei frondisti pentastellati potrebbero appoggiare il nome di Romano Prodi – anche se l’ex premier continua a dichiararsi “fuori dai giochi” – o comunque reiterare l’atteggiamento tenuto per l’elezione del Csm: “Se propongono un nome degno, potremmo appoggiarlo. Ovviamente dopo una consultazione con la base”, dichiarano i pentastellati.

Tra le tante questioni da discutere nel prossimo Consiglio dei ministri, fissato per mercoledì 24 dicembre, oltre alla legge di Stabilità (26 miliardi di euro l’ammontare complessivo della legge di bilancio) da approvare entro il 31 dicembre, ci sarà anche il Jobs Act e quindi la questione dei decreti attuativi della riforma del lavoro. Tra le partite ancora da definire quella relativa all’ammontare degli indennizzi in caso di licenziamento economico. Nella categoria dei licenziamenti economici – per i quali si prevede solo l’indennizzo e viene eliminata la possibilità del reintegro – rientreranno anche quelli per scarso rendimento nonostante il malcontento di sindacati e sinistra Pd. C’è infine un punto che scontenta i centristi della maggioranza di governo: per i licenziamenti disciplinari il reintegro scatterebbe quando il licenziamento viene deciso sulla base di un fatto insussistente. Un fatto non un fatto grave o tantomeno un reato come chiedeva Ncd con Maurizio Sacconi che per questo parla di “governo a rischio”.

©Futuro Europa®

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