Gli ostaggi di Sidney

La dinamica del sequestro e della liberazione di ostaggi a Sidney non è ancora del tutto chiara, ma una cosa è certa: ancora una volta un fanatico islamista ha messo in atto un disegno altrettanto folle e inutile quanto criminale. Ancora una volta innocenti civili sono stati tenuti per ore  in ostaggio e a rischio di vita (due le vittime tra gli ostaggi), ancora una volta le forze dell’ordine sono state costrette a irrompere con la forza, a sparare, ad uccidere il sequestratore. Non sembra fino a questo momento che dietro all’autore del sequestro, Miron Monis, rifugiato iraniano cinquantenne, religioso, ci fosse un’organizzazione terroristica definita e quindi l’attentato si inquadrasse in un disegno articolato diretto a colpire l’Occidente.

L’ipotesi (avallata dalla stessa difesa del terrorista) è per il momento quella di un atto isolato, frutto di una mente esaltata e ossessionata dall’ideologia. Non per questo, però, il fatto è democratico, ha  trasformato la gratitudine elementare in odio inconsulto, in bisogno di colpire e recare danno. Questa volta, la giusitificazione starebbe nell’intento di punire l’Australia per la sua partecipazione alla missione di pace in Afganistan e all’azione americana contro la jihad islamica in in Irak e Siria e provocare un cambio di questa politica. Giustificazione che puó apparire tale solo a una mente esaltata e che non comprende nemmeno le basi della civiltà occidentale. L’Australia è un Paese democratico, retto da istituzioni liberamente elette. Governo e Parlamento decidono la propria politica e il corso delle azioni da intraprendere. Chi intende opporvisi, come è legittimo, deve farlo nelle forme consentite dalla legge, non con atti violenti che causano solo tragedie.

Pensava realmente il terrorista di Sidney di piegare con il suo gesto isolato la volontà di un grande Paese, serio e rispettoso di sé stesso e delle proprie istituzioni? Il sospetto, piuttosto, è che al di là della motivazione immediata, dietro a questa inconsulta violenza ci fossero l’incomprensione, il rigetto, l’odio, proprio per queste istituzioni e per lo spirito che anima una società libera e laica.

L’Australia è un paese di accoglienza, che ha negli anni aperto le sue braccia a milioni di persone, da tante parti del mondo, ma non è un paese permissivo. È gente tollerante delle opinioni altrui, sì, ma severa, come lo è la mentalità protestante, e non abituata a cedere alle minacce. Vive in una parte di mondo particolarmente esposta , a ridosso delle  grandi masse asiatiche e alle loro inquietudini, e non può permettersi trascuratezze. Poco tempo fa, il Primo Ministro australiano si è  espresso in modo chiarissimo, con un discorso che è stato commentato in tutto il mondo. In esso ha detto piú o meno questo: l’Australia è un paese fiero della propria lingua e cultura anglosassoni e delle proprie radici cristiane. Chi viene dal di fuori e vuole viverci deve rispettare tale lingua, cultura e radici. Se no, è meglio che se ne vada. Parole dure, ma giuste. Un popolo che accetta nel suo seno chi fugge dalla guerra, dalla persecuzione, dalla miseria e gli offre un lavoro, un tetto e una vita degna, ha il diritto di chiedere che questi rispetti i suoi costumi e le sue leggi. È un principio elementare di convivenza civile. Nessun occidentale che vada a vivere in paesi islamici si sognerebbe di offendere deliberatamente l’Islam, le sue consuetudini, la sensibilità della sua gente o di cercare di piegare con la violenza terroristica i suoi orientamenti politici.

C’è tuttavia nei fatti di Sidney una circostanza perturbatrice. Il terrorista iraniano era già noto alle Autorità per essere stato accusato di complicità nell’assassinio di sua moglie e per assalti di natura sessuale e inoltre si sapeva che era l’autore di lettere di insulti alle famiglie di due soldati australiani morti in Afganistan. Era dunque in attesa di processo e libero su cauzione. Accade troppo spesso, anche da noi, che la Giustizia sia tollerante e lasci in libertà individui che sono socialmente pericolosi e che poi tornano a delinquere. È un grave errore. Una società che vuole difendere sé stessa e i suoi membri deve, innanzitutto, adoperare i rigori della legge. Ogni tolleranza, ogni malintesa indulgenza, persino ogni esagerato garantismo, sono forme di suicidio.

©Futuro Europa®

Condividi
precedente

Diritti d’autore, monopolio SIAE al capolinea?

successivo

Bramante a Brera

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *