Il dilemma Berlusconi

La domanda da porsi per chi non vuole un avvenire perpetuamente rosso (o rosato) è questa: quale centro-destra si prepara? Sarà Berlusconi o Salvini a guidarlo?

Che Silvio Berlusconi abbia voglia di ritornare al potere è legittimo, anche se per decenza dovrebbe accadere da noi quel che accade altrove: gli sconfitti si fanno da parte. Il “colpo di stato” che, secondo lui, lo defenestrò tre anni fa è una favola a cui fingono di credere solo lui e pochi fanatici (bisogna avere la memoria davvero corta per non ricordarsi dove eravamo arrivati nell’autunno del 2011). E le batoste elettorali di quest’anno e la rivolta interna a FI mostrano che la sua immagine è ammaccata. Ma lui insiste e il suo tentativo merita comprensione umana e persino simpatia. Lui non sarà un gigante, ma quelli che gli disputano il potere in Forza Italia sono decisamente nanerottoli. D’altra parte, l’interdizione dai pubblici uffici scade tra meno di un anno (poi si dice che la Magistratura è cattiva!) e quindi presto non ci saranno impedimenti legali. Sempre che, nel frattempo, non intervengano altre condanne, cosa che per amor di patria ci auguriamo non avvenga. Non mi pare del resto che il clima giudiziario attuale lo lasci prevedere; è persino da mettere in conto la possibilità che la Corte Europea gli dia ragione. Dunque il panorama che piace ad Arcore è che, quando si tornerà a votare,  vi sia una contesa tra un PD guidato da Matteo Renzi  (anche se a destra piacerebbe che al timone della sinistra tornassero i disonauri di sempre)e un centro-destra  condotto da Berlusconi, uno dei quali – grazie alla nuova legge elettorale  che finirà col passare – vincerà e potrà governare (visto che Grillo lo considerano tutti liquidato, e spero che non si sbaglino!).

Tutto  semplice, dunque? Non proprio.  Berlusconi può rimettere in riga FI ma, quanto a poter formare nuovamente una coalizione vincente è un’altra storia. Dalla spaccatura dell’autunno scorso il centro-destra  è uscito profondamente diviso e non vi sono segni che possa ricompattarsi a breve scadenza. La riaffermazione della leadership  di Berlusconi, che per un verso serve a tenere insieme quello che resta di FI, costituisce a questo fine un serio ostacolo. Vedo male NCD, UDC e Popolari tornare sotto le sue bandiere e vedo anche peggio Salvini e la Lega aggregarvisi supinamente.

Salvini costituisce, da solo, un problema maggiore.  La Lega si è affermata in Emilia-Romagna portando via voti a FI, con una linea politica che, al di là del separatismo, è sempre più intollerante, antieuropea e razzista. Non sono piú i tempi del dialogante Maroni e neppure di Bossi. Oggi la Lega è alleata con le peggiori forze reazionarie del Continente. Punta a vincere da posizioni di estrema destra, non a confondersi con l’area moderata. Non  si capisce perché dovrebbe prestarsi a un ritorno berlusconiano se non alla proprie condizioni  e non so  quanto queste siano  compatibili con i sentimenti di una gran parte di Forza Italia e dei “moderati” che essa ambisce di rimettere insieme. Dentro FI la ribellione è del resto già cominciata, con Fitto che grida “con nessuno dei due Mattei”. Né, d’altra parte, si vede perché i “moderati” dovrebbero tirare la volata a Salvini. Il dilemma di Berlusconi (e del centro-destra italiano in generale) è dunque questo: senza la Lega, al Nord si perde; con la Lega si rischia di gettare i moderati nelle braccia del PD renziano. È stato già detto, anche in questo giornale: Salvini è il migliore alleato di Renzi. E il Premier ha dimostrato di capirlo subito, dichiarando: “la gente dovrà scegliere tra Salvini e noi”. Se cosí fosse, la partita sarebbe probabilmente già giocata. Ma come evitarlo?

È una quadratura del cerchio che non consente le soluzioni pasticciate e i compromessi del passato. Chi sceglierà in futuro il centro-destra  ha il diritto di sapere chiaramente da che parte sta: con l’Europa o con Marine Le Pen?

Nel frattempo, le prime “uscite” del  nuovo “rieccolo” non sono state le migliori. Giocare di nuovo la carta “del no-tax” è, per chi ha governato a lungo il Paese, di un irresponsabile populismo. Condizionare il proprio appoggio alle riforme alla questione del Quirinale è un esempio di cattiva politica. Che Berlusconi ambisca a dire la sua nell’elezione del successore di Napolitano è legittimo, ed è corretto augurarsi che il futuro Capo dello Stato sia scelto sulla base di un consenso ampio. È sin troppo ovvio che una cosa è se al Quirinale ci va Prodi (o peggio), l’altra se ci va, poniamo,  Giuliano Amato. Ma porre la questione come una pregiudiziale per il cammino delle riforme di cui, per ammissione generale, il Paese ha necessità, è un ricattuccio che sa del peggior Berlusconi: quello che, smesse le vesti di statista responsabile, fece saltare per un dispetto personale le “larghe intese”. Anche nel metodo l’ex-Cavaliere  continua a dimostrarsi imperdonabilmente leggero. Se davvero vuole Amato al Quirinale, dovrebbe sapere che, in questa fase, deve tenersi questa carta stretta al petto e giocarsela al momento e nel modo opportuni. Tirarla fuori prematuramente e in modo unilaterale è il modo più sicuro per bruciarla. Può servire solo per poter dire: io ero disposto a un accordo, sono gli altri che non lo vogliono. Insomma, un giochetto degno della “politica politicante”. Peccato! Giuliano Amato, forse il piú qualificato dei candidati al Colle, non lo merita. Ma con Berlusconi ricaricato, temo che ne vedremo ancora delle belle.

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