Europarlamento contro il cyberbullismo
Il cyberbullismo rappresenta una minaccia crescente per la sicurezza e il benessere online di minori e giovani, con effetti gravi e duraturi sulle vittime. In risposta a questa situazione e alle richieste di intervento (il 92% dei cittadini UE chiede un’azione delle autorità), nel febbraio 2026 la Commissione ha presentato un piano d’azione contro il cyberbullismo. Sebbene alcuni Stati membri (come l’Irlanda con la “Coco’s law”) abbiano introdotto norme specifiche, nell’UE persiste una frammentazione giuridica.
La violenza non finisce più quando si chiude la porta di casa o si lascia la scuola. Può continuare sullo smartphone, entrare nelle chat, moltiplicarsi sui social e raggiungere una vittima a qualsiasi ora. È questa la dimensione del cyberbullismo che il Parlamento europeo chiede di affrontare con strumenti più efficaci, perché la rete non conosce confini mentre le legislazioni nazionali ancora sì. I numeri sono eloquenti: un adolescente su sei nell’Unione europea dichiara di essere stato vittima di cyberbullismo, mentre uno su otto ammette di averlo perpetrato. Una situazione che, secondo gli eurodeputati, dimostra come le misure oggi disponibili non siano sufficienti. Il Parlamento UE ha approvato una risoluzione non vincolante con cui invita la Commissione europea a intervenire per colmare le lacune normative e rafforzare la protezione delle vittime.
Il problema principale è la frammentazione delle regole. Nell’Unione non esiste una definizione comune di cyberbullismo e comportamenti simili possono ricevere risposte giudiziarie differenti nei Ventisette Stati membri. Un’aggressione online può inoltre coinvolgere persone che si trovano in Paesi diversi, rendendo più complicato individuare il responsabile e intervenire rapidamente. Da qui la richiesta di valutare una definizione armonizzata del fenomeno e la possibilità di riconoscere il cyberbullismo, nelle forme più gravi, come reato transfrontaliero. Il Parlamento invita inoltre a riflettere sul rafforzamento degli strumenti europei contro i reati d’odio, così da poter affrontare con maggiore efficacia le forme più gravi di molestie e persecuzioni online.
Il dibattito in Aula ha però evidenziato anche sensibilità politiche differenti sulla strada da seguire. Stefano Cavedagna, intervenendo per il gruppo ECR, ha sottolineato che «il cyberbullismo è la prima causa di chiamata nei centri di assistenza in tutta Europa» e che «non sono numeri astratti: sono vite reali di bambini, di ragazzi che molto spesso non trovano aiuto né online né offline». Ma l’eurodeputato italiano ha messo in guardia dal puntare esclusivamente su nuove norme europee: «Facciamo rispettare le leggi che abbiamo già: responsabilizziamo sì le piattaforme, ma chiediamo anche alle famiglie, tramite sistemi di parental control, di attivare un controllo sui ragazzi».
Non sono soltanto gli autori delle violenze, quindi, a finire sotto osservazione. La risoluzione richiama direttamente la responsabilità delle piattaforme digitali. Sistemi costruiti per massimizzare il tempo trascorso dagli utenti online e il loro livello di coinvolgimento possono contribuire alla diffusione di contenuti estremi, aggressivi o divisivi, con conseguenze particolarmente pesanti quando le vittime sono minori. Il Parlamento chiede una più rigorosa applicazione del Digital Services Act, soprattutto dell’articolo 28 dedicato alla protezione dei minori. Le piattaforme devono rendere più semplici ed efficaci le procedure di segnalazione e intervenire contro i contenuti dannosi. La questione riguarda però anche il funzionamento degli algoritmi: l’obiettivo è evitare che la ricerca dell’engagement finisca per trasformare odio e provocazione in contenuti premiati dalla visibilità.
A complicare ulteriormente lo scenario è arrivata l’intelligenza artificiale. Deepfake, immagini manipolate e contenuti intimi generati artificialmente possono diventare strumenti di umiliazione e ricatto. Gli eurodeputati chiedono perciò il rispetto degli obblighi di trasparenza ed etichettatura previsti dall’AI Act e sostengono il divieto delle cosiddette nudifier apps, capaci di creare artificialmente immagini di nudità partendo da fotografie di persone reali. La Commissione europea aveva già messo il problema al centro della propria agenda. Nel febbraio scorso ha presentato il piano d’azione “Safer online, stronger together”, individuando nel Digital Services Act lo strumento principale per proteggere i minori online e prevedendo interventi sui sistemi di raccomandazione, sui meccanismi di segnalazione e sull’applicazione dell’AI Act. Il piano punta, inoltre, a una maggiore coordinazione tra gli Stati membri. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva usato parole nette già nel settembre 2025, in un intervento dedicato alla protezione dei minori nell’era digitale: «È compito nostro proteggere la prossima generazione». E aveva messo sullo stesso piano cyberbullismo, predatori online, algoritmi che creano dipendenza e incoraggiamento all’autolesionismo.
La risposta, tuttavia, non può essere soltanto repressiva. Il piano della Commissione insiste su prevenzione, alfabetizzazione digitale e sostegno alle vittime, mentre il Parlamento chiede maggiori finanziamenti alle organizzazioni specializzate e una più forte integrazione del cyberbullismo nelle strategie nazionali di salute mentale. La pressione dell’opinione pubblica è forte: secondo i dati richiamati dalla Commissione, più di nove europei su dieci ritengono urgente un intervento delle autorità per proteggere i minori dal cyberbullismo.
La risoluzione parlamentare non introduce direttamente un nuovo reato né stabilisce nuove sanzioni: il suo valore è soprattutto politico e rappresenta un invito alla Commissione a valutare interventi più incisivi. Il prossimo passaggio sarà quindi decisivo. L’Europa dovrà dimostrare se è in grado di trasformare la crescente preoccupazione per la sicurezza digitale in regole realmente applicabili. Perché il cyberbullismo non è virtuale. Virtuale può essere lo spazio nel quale avviene, non le conseguenze che produce. E per un adolescente un’immagine diffusa, un insulto ripetuto migliaia di volte o un video manipolato possono diventare una forma di violenza dalla quale è molto più difficile fuggire. In una rete senza frontiere, l’Europa prova ora a costruire regole che siano altrettanto prive di confini.
©Futuro Europa® Riproduzione autorizzata citando la fonte. Eventuali immagini utilizzate sono tratte da Internet e valutate di pubblico dominio: per segnalarne l’eventuale uso improprio scrivere alla Redazione
