Tomasini (Prometeia): meglio tagliare costo del lavoro che Irpef

Nata nel 1974 con lo scopo di svolgere attività di analisi e ricerca macroeconomia, Prometeia è una delle maggiori società italiane di consulenza e ricerca economica e finanziaria. Il suo staff conta quasi 400 professionisti e rivolge i suoi servizi a primarie istituzioni finanziarie, investitori istituzionali, imprese industriali e istituzioni pubbliche. E’ qui, nella sede di Bologna, che incontriamo Stefania Tomasini, Economista-Responsabile delle analisi e previsioni sull’economia italiana, per rivolgerle alcune domande su dinamiche del mondo del lavoro e scenari europei.

Riguardo le dinamiche del lavoro, quali differenze sono riscontrabili tra il nostro paese ed altri toccati dalla crisi come Spagna, Grecia e Portogallo:

Le tre fasce maggiormente colpite sono le persone che risiedono al sud, i giovani e le donne. Sono tre gruppi che si intrecciano fra di loro. Purtroppo troviamo anche persone oltre i 35 anni, con la responsabilità di una famiglia, un core di oltre 1.000.000 di persone che non hanno più un lavoro, una situazione che non troverà soluzione in tempi brevi. Oltretutto proprio oggi l’Istat ci ha detto che la crescita è zero. Una disoccupazione quindi che si radicalizza e si perpetua nel tempo, e quindi che dal punto di vista sociale diventa particolarmente grave, proprio soprattutto perché colpisce padri di famiglia, ed è quello che sta accadendo. Sicuramente l’unica strada per uscire da questa situazione è la crescita.

Lei ha previsto il massimo della disoccupazione per la fine dell’anno valutandola al 13,4% e imputando a governi deboli, come quello Letta, di non avere avuto la forza di intervenire in maniera forte e appropriata sui problemi.

La disoccupazione strutturalmente non scende mai in fase con la ripresa del Pil, proprio perché è come se le recessioni avessero delle onde lunghe, la ripresa è a macchia di leopardo, alcuni settori sono in ripresa, altri si devono ancora aggiustare nel nuovo contesto. Quindi abbiamo imprese che continuano a fallire anche durante la ripresa.

Dalle sue analisi si evince uno spostamento della forza lavoro dall’industria ai servizi, questo come va interpretato?

Lo spostamento della forza lavoro dal manifatturiero ai servizi è tipico delle economie avanzate, bisognose di servizi, e dall’ampliamento dell’outsourcing. L’industria continua ad essere un driving molto importante dell’economia, ma ha bisogno, come ad esempio nell’export, di servizi ed assistenza. In altri paesi la quota lavoro nei servizi è anche maggiore, ricordiamo che noi siamo, con la Germania, i paesi industrialmente più forti, superiori a Francia e Regno Unito.

Dai suoi calcoli risulta che se invece di puntare su un taglio dell’irpef con gli 85 euro, si fossero usati per tagliare gli oneri del costo del lavoro, avremmo avuto un effetto triplo rispetto al taglio irpef e maggiore anche se si fossero usati per ridurre l’Irap.

Il taglio del costo del lavoro, assumendo che con questo le imprese riducano il prezzo dei beni, comporterebbe maggiori consumi e maggiori esportazioni. Nel caso dell’Irpef si passa attraverso la propensione al consumo con effetti quindi molto minori. In questo caso si è tentato, non sono sicura che ci si sia riusciti, di concentrare le risorse sulle fasce meno abbienti. Questo comporta un effetto moltiplicatore più forte, in quanto la propensione al consumo è inversamente proporzionale al reddito.

La Commissione Europea ha criticato fortemente la nostra politica sull’apprendistato. Il Jobs Act può migliorare la situazione?

Il Jobs Act va nella direzione di aumentare la flessibilità del mondo del lavoro. In una fase di ripresa le imprese, prima di assumere un nuovo lavoratore, cercano di sopperire con straordinari e simili, in attesa di capire se la ripresa è strutturale o momentanea. Che l’occupazione non salga subito nei periodi di crescita è normale, quindi in pratica si dice alle imprese di assumere comunque contando che possono licenziare se la crescita non si stabilizza. Sicuramente il Jobs Act non è una soluzione decisiva per uscire dalla crisi del mercato del lavoro, ci sono interventi che prevede di mettere in atto, ma che per ora non si vedono.

Cosa può fare l’UE per aiutare il mercato del lavoro?

Molto poco, l’UE eroga fondi che spesso non vengono usati o usati male, quindi dovremmo essere noi prima di tutto a comportarci meglio. Certamente positivo è la Garanzia Giovani che dovrebbe garantire un lavoro o una formazione entro breve tempo ai giovani che si trovano disoccupati.

Lei ha evidenziato come in questo periodo di crisi e ristrettezza del credito da parte delle banche, le grandi imprese abbiano ovviato andando ad autofinanziarsi sul mercato con emissione di fondi o aumenti di capitale, per le PMI che non possono invece ricorrere al mercato e sono strangolate dal credit-crunch?

Le banche quest’anno saranno sottoposte agli stress test ed alla Asset quality review, per cui fino alla fine dell’anno non prevedo un allentamento della situazione di credit-crunch. Oltretutto in presenza di imprese e famiglia che hanno difficoltà a pagare i debiti contratti. Una volta avuto il via libera dalla BCE si può ipotizzare una crescita del credito anche sostenuta.

Come la Presidenza del semestre a guida italiana può influire sulla situazione? E’ ipotizzabile una revisione dei trattati di Maastricht e del Fiscal Compact?

Credo che l’Italia debba presentarsi con una credibilità necessaria ad ottenere una flessibilità maggiore nei parametri vigenti per aiutare l’uscita dalla crisi. Consideriamo che la flessibilità dei parametri, come il “tendenziale”, sono già previsti nei trattati, quindi si tratta di darne un’interpretazione più favorevole e meno stringente. Consideri che tutto è definito con il termine “strutturale”, e tutto è valutato in termini di previsione, quindi tutto è discutibile. Se l’Italia e i suoi governanti hanno sufficiente autorevolezza per non passare per quelli che cercano di truccare le carte, si possono interpretare i vincoli in modo più intelligente e questo è molto importante. Se provassimo a ricontrattare i trattati faremmo la figura di non essere in grado di tenere comportamenti virtuosi, perché i debiti li abbiamo fatti noi, quindi non ricontrattazione, ma interpretazione.

Quali scenari prevede con le prossime elezioni europee oramai imminenti?

Prevedo un voto di protesta che poi non porta a niente, chiaramente sarebbe un campanello d’allarme importante. Ci saranno una forte astensione ed un voto di protesta che non necessariamente sarebbero presenti in elezioni politiche nazionali. Potrebbe anche essere positivo per far variare le politiche europee nel senso sopra detto, vedendo il sentimento avverso queste prolungate politiche di austerità.

Riguardo l’export delle imprese come lo vede? Quali strumenti si potrebbero usare per aumentarle?

L’export è l’unica cosa positiva, possiamo dire, certo potrebbe andare meglio e ci sono paesi come la Germania soprattutto,ma anche la Francia che va male, hanno ottenuto molto di più. Sicuramente le nostre imprese sono gravate da costi molto elevati, costi del lavoro, costi dell’energia, burocrazia. Abbiamo poi l’annoso e dibattuto problema della bassa produttività sistemica, questo unito alla media piccola dimensione delle imprese che si devono confrontare nello scenario internazionale rispetto ad altri paesi. Le nostre medie imprese vanno molto bene, ma il tessuto delle piccole imprese soffre enormemente il dimensionamento ridotto.

E’ ipotizzabile un’uscita dall’euro come propugnato da alcune forze politiche?

Non è tecnicamente concepibile e sarebbe comunque un disastro. Non potremmo più prendere a prestito un solo euro per esempio. Ricordiamo poi che il 40% del nostro debito risiede all’estero.

©Futuro Europa®

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