14 agosto 1861, un’oscura pagina di Storia d’Italia

Senza voler essere accusati di revisionismo, possiamo affermare che l’unificazione dell’Italia nel 1861 non era certo voluta da tutti e, in quell’anno, si aprì una frattura che ancora perdura con accuse reciproche tra fazioni nel dibattito e un divario che comunque permane.

Ne è simbolo un episodio che non si trova nella maggior parte dei libri di scuola e che, viceversa, dovrebbe essere ricordato ma che per una compiuta ricostruzione manca di resoconti esaustivi e certi; la vicenda è narrata diversamente dalle fonti anche dell’epoca.

La strage di Pontelandolfo e Casalduini avvenne il 14 agosto 1861, esattamente cento sessantuno anni fa e vide protagonista in negativo il Generale piemontese Enrico Cialdini. Il 7 agosto 1861 a Pontelandolfo, paese del Matese, dove trovavano rifugio bande di briganti e di reazionari, cittadini o militari del disciolto Esercito delle Due Sicilie rimasti fedeli ai Borbone e che avevano in odio i “piemontesi” (difficile, al momento, parlare di italiani), rimase sguarnita di militari del Regio Esercito. Un gruppo di briganti capitanati da Cosimo Giordano, inneggiarono ai Borboni con l’appoggio delle autorità religiose locali che, forse, li avevano chiamati proprio per questo, compirono alcuni atti di vandalismo e, secondo cronache difformi, provocarono la morte di almeno una e forse più persone.

Venne ordinata una ricognizione da parte dell’esercito italiano e i membri della spedizione, vennero trucidati in maniera a dir poco barbara l’undici luglio. Anche qui le descrizioni di quanto accaduto non sono concordi. Una fonte parla di militari che per evitare reazioni dalla popolazione avevano issato le bandiere bianche mentre una diversa ricostruzione, apparentemente molto pro-borbonica, attribuisce responsabilità al comandante della spedizione, Secondo la narrazione di Marco Vigna (Il nuovo monitore napoletano), il comandante della spedizione, tenente Augusto Bracci, venne ucciso a colpi di pietra dopo ore di torture mentre lo storico borbonico Giacinto de’ Sivo sostiene che fu vittima dei suoi stessi uomini quando si resero conto che li aveva trascinati in una trappola. Resta il fatto che i quarantacinque membri della spedizione vennero uccisi.

La reazione dell’esercito italiano si ebbe all’alba del 14 agosto. Il Generale Enrico Cialdini ordinò la rappresaglia specificando che «Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra». L’azione venne eseguita dal Colonnello Pier Eleonoro Negri al comando di oltre cinquecento militari. Secondo una prima versione le due città vennero saccheggiate, incendiate e l’ordine di fucilare la popolazione, tranne le donne, i bambini e gli infermi, portato a termine crudelmente. Gli uomini vennero lasciati bruciare nelle case o fucilati appena ne uscivano e, ci sono pochi dubbi, le donne violentate. Altre ricostruzioni indicano un basso numero di vittime, ma non negano gli incendi.

I numeri esatti? Difficile averne contezza perché anche qui le fonti a disposizione non coincidono e tutte sono distorte dai preconcetti o dallo scopo che si pone chi ha voluto dare la propria versione dei fatti. Il numero più attendibile dei morti sarebbe addirittura di tredici mentre in altre scritti si parla di un migliaio e alcuni ancora si limitano a citare “il massacro di tutto il paese.” Dubbi rimangono comunque anche perché negli incendi dei due paesi andarono persi i registri parrocchiali, all’epoca unico documento affidabile che teneva il conto quantomeno dei battezzati di ogni città

Ciò che è certo è di come ancora oggi, a distanza di centosessanta anni, le fazioni che rileggono quell’episodio ancora non sono concordi se definirlo massacro o repressione e continuano a strumentalizzarlo in un dibattito infinito a cui quale i partecipanti muovono non da posizioni e dati certi, bensì dalla loro idea personale che non sono minimamente interessati a cambiare.

È l’Italia dei Guelfi e Ghibellini che ancora resistono e delle eterne contrapposizioni e il revisionismo scivola nel populismo quando pensiamo che le strade a suo tempo intitolate a Enrico Cialdini e a Pier Eleonoro Negri vengono rinominate. Un politically correct a scoppio ritardato.

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