L’asse dei despoti

L’aggressione russa all’Ucraina, se da una parte ha rinsaldato e rinforzato come non mai la solidarietà europea e la coesione occidentale, ha dall’altro lato messo in luce l’esistenza di un vero e proprio “asse dei despoti”, che include Cina, Russia, Bielorussia, Iran, Nord Corea e – sotto il governo di Modi e speriamo solo transitoriamente – l’India.

Intendiamoci, per despotismo non va inteso semplicemente l’autoritarismo, perché altrimenti la lista si allungherebbe di molto, fino a comprendere paesi e regimi con i quali Occidente e Italia hanno rapporti normali. Non si tratta quindi di una semplice antitesi “democrazia contro antidemocrazia”, perché se dovessimo condurre la nostra politica estera sulla base di questo tipo di discriminazione, la politica estera sarebbe assai limitata. Si tratta invece di identificare quei tratti distintivi che rendono i despoti inaccettabili e che vanno al di là del controllo interno, della censura e delle violazioni dei diritti umani: nazionalismo esacerbato e aggressivo, minaccia permanente ai vicini, sprezzo completo della vita di esseri innocenti. Per questo, ci sono regimi autoritari, come l’Egitto, l’Algeria e tanti altri, compresi Cuba, il Venezuela, e gli ex-membri musulmani dell’URSS, che – pur retti da sistemi contrari alla nostra concezione della democrazia occidentale – non giustificano una politica di rifiuto e di esclusione, perché, se sono contrari ai nostri valori, non minacciano la nostra sicurezza e i nostri interessi. Molti di questi, del resto, mostrano di non appoggiare l’invasione russa dell’Ucraina e all’ONU votano contro o si astengono.

Se dobbiamo tracciare una “linea rossa” per le nostre relazioni internazionali, non possiamo dunque stabilirla sul discrimine “democrazia/autoritarismo” ma, basicamente, sul rispetto delle norme internazionali quali definite nello Statuto delle NU. Non si tratta di cinismo ma, credo, di semplice realismo.

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