L’intervento tedesco

La crisi ucraina continua in una spirale che pare incontrollabile, però con segnali misti che possono confondere. Gli USA danno atto di un crescente aumento delle truppe russe al confine, il Kremlino ripete che nessuna delle richieste russe di sicurezza è stata presa in considerazione, gli inglesi annunciano l’attacco imminente, Putin fa sapere che il dialogo è ancora possibile.

In questa oscura situazione, si è inserita la Germania. Il neo-Cancelliere Scholz visita Kiev e Mosca, e si capisce che si muova perché, tra i Paesi dell’Europa Occidentale, è quello che più direttamente soffrirebbe in caso di attacco all’Ucraina, se non altro per il previsibile afflusso di rifugiati attraverso la Polonia. Il parere tedesco ha certamente un peso, data l’importanza delle relazioni economiche con la Russia, ma Scholz non caverà un ragno dal buco se non sarà in grado di affrontare il nodo principale, l’entrata dell’Ucraina nella NATO. Per ora si tratta di una possibilità virtuale e, come ho scritto più volte, quasi del tutto improbabile, visto che richiede l’assenso di tutti i 30 membri attuali dell’Alleanza.

Anche se è difficile immaginare un impegno formale, il buon senso indica che dovrebbe essere possibile un impegno di natura politica, perlomeno da parte della stessa Ucraina (se non vuol fare la fine della Polonia nel 1939) e assicurazioni informali potrebbero essere date a Putin anche dai principali membri continentali della NATO (della Gran Bretagna è meglio non parlare).

Certo, è un terreno delicatissimo, e trovare il giusto equilibrio tra ragionevolezza e cedimento è opera di alta diplomazia, quella che Washington, per varie ragioni, non è ora in grado di svolgere; bene ha fatto perciò Macron e benissimo ora Scholz a tentare e ritentare. E trovo stupido chi, in Inghilterra specialmente, scrive che l’Europa in questa crisi non ha nulla da dire.

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