Protestare e manifestare per un’idea

Oggi in Sud Africa è Festa nazionale e in tutto il mondo si celebra la giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale. Una data importante forse non adeguatamente promossa anche rispetto all’evento che ricorda. Forse è la triste sorte di alcuni fatti importanti che scompaiono e vengono sminuiti in un mondo in cui tutto sembra avere la propria giornata internazionale adeguatamente promossa sui social. Andiamo dalla giornata per l’educazione del 24 gennaio a quella del gatto il 17 febbraio; il cane non è da meno e ha il suo giorno l’otto maggio, ma troviamo anche quelle del velo islamico, del backup, della proprietà intellettuale e così via. Difficile trovare uno spazio libero, tant’è che qualche giorno ha l’onore di celebrare ben due feste insieme, come il 25 aprile per la malaria e i pinguini o il 28 dello stesso mese dedicato alla sclerosi multipla e all’hamburger. Chissà se la giornata internazionale del gelato (24 marzo) la festeggeremo tutti con un sorbetto o se il prossimo 21 gennaio regaleremo una ormai quasi dimenticata stilografica per la giornata della scrittura a mano.

Ma torniamo alla data odierna per ricordare, o scoprire, che oggi è l’anniversario del massacro di Sharpeville, cittadina allora facente parte del Transvaal, oggi del Gauteng in Sud Africa. Erano anni di apartheid, i governi succedutisi sin dal 1700 avevano adottato misure per limitare i flussi della popolazione nera nelle città e la segregazione razziale istituzionalizzata formalmente nel 1948, prevedeva tra l’altro per i cittadini di colore sopra i sedici anni libretti con una carta d’identità, l’autorizzazione all’occupazione e agli spostamenti da parte di un ufficio del lavoro, nome del datore di lavoro e altri dettagli personali. La protesta era prevista per il 31 marzo 1960, sotto l’egida dello African National Congress, il partito poi guidato da Nelson Mandela e all’epoca fuorilegge, ma venne anticipata al 21 marzo per dissidi tra i maggiori partiti organizzatori.

Quel giorno un gruppo di dimostranti tra cinquemila e diecimila persone, si presentò alla stazione di polizia di Sharpeville chiedendo di essere arrestato perché non aveva con sé i libretti. Tra versioni ufficiali e ricostruzioni sulle modalità dei fatti e le responsabilità, il bilancio fu di 69 morti e 180 feriti. Furono necessari altri trent’anni e l’isolamento internazionale, anche a livello sportivo, prima che il regime dell’apartheid cadesse.

Fu la prima grande manifestazione degli anni sessanta e vide in prima linea persone disposte a mettere a repentaglio la propria vita per la libertà e le idee; manifestazioni che si protrassero tutto il decennio e oltre e che culminarono nelle proteste di massa del 1968 e che forse fu solo la punta di un iceberg iniziato anni prima negli Stati Uniti, probabilmente con il boicottaggio degli autobus a Montgomery, in Alabama, e portato avanti dalla Corte Suprema che abolì la segregazione razziale nelle scuole.

Influirono sicuramente anche le idee della beat generation e la voglia dei giovani di un mondo libero dai vecchi schemi predefiniti e, in tal senso, la Dichiarazione di Port Huron è una pietra miliare oggi dimenticata forse proprio dai novelli radical: si tratta di un documento, originariamente scritto dallo studente Tom Hayden, in cui i giovani rivendicavano un nuovo sistema e una società più libera, partecipativa con il riconoscimento dei diritti civili. Era il sogno di una generazione arrivata ai venti anni senza avere vissuto alcuna guerra, ben felice di scagliarsi contro quella in Vietnam che non le apparteneva.

Erano anni di pensiero, di dibattiti e di animi erano sicuramente esasperati: i confronti furono duri, violenti e non mancarono scontri e manifestazioni di piazza che portarono anche a gravi repressioni: la prima si era già avuta a Budapest nel 1956 da parte dei carri armati di Mosca che si ripeterono a Praga nel 1968. Ma le piazze non avevano paura di accogliere i portatori di idee che nascevano da situazioni di degrado, diseguaglianza, mancanza di libertà e in molti dettero la vita per poter dire la loro: dai morti di Sharpeville a Jan Palach.

Quei movimenti avevano una loro radice anche nelle grandi ideologie di pensiero o in una forma di filosofia; difficile credere fossero frutto di quei mal di pancia del momento che, purtroppo, sembra caratterizzare i movimenti di oggi e i loro slogan strillati da imbonitori di televendite bravi a cavalcare gli umori di una rete distratta e poco incline al dialogo vero. Chissà se torneranno stagioni dove prevalga ancora un pensiero e scendere in piazza torni ad avere un valore ed un significato al punto tale di rischiare la vita. Oggi il rischio è quello di avere pochi follower, ma chi ha questa paura può attendere il 2 maggio, giornata internazionale dei bloggers per capire come averli.

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