Il posto della Gran Bretagna

L’uscita a giorni dall’Europa suscita un interrogativo, non certo tra gli sciovinisti “brexiters” (incurabili venditori di fumo) ma tra gli osservatori più intelligenti e aperti: dal 1 gennaio, quale sarà il posto della Gran Bretagna nel mondo? Lasciamo da parte le sparate alla Johnson, che promette un radioso futuro e un ritorno della GB a potenza globale, e per onestà intellettuale lasciamo da parte anche le previsioni più pessimistiche del grande pensiero liberale, che delineano un’Inghilterra piccola e isolata nel mondo e alla fine irrilevante. Io penso che la verità prevedibile stia in qualche modo nel mezzo.

In realtà, la questione non è di oggi: data dal 1945. La GB uscì dalla guerra prostrata e dovette cedere il primo posto alle due potenze emergenti: Stati Uniti e Unione Sovietica. Solo il carattere personale di Churchill riuscì a mantenerla all’inizio al tavolo della grandi decisioni. Poi vennero gli anni del declino; la graduale perdita dell’Impero, i governi laburisti, la lunga crisi economica e sociale, la crescente dipendenza militare dagli Stati Uniti, mentre in Europa la Germania e la Francia riemergevano poco a poco dalla sconfitta e trovavano la via della cooperazione dentro l’impresa europea. Le illusioni cadevano una ad una, e fu proprio la classe dirigente conservatrice a capire che la GB doveva trovare posto nell’integrazione europea, cui prima si era opposta. Superato il veto gollista, la GB entrò così nel 1972 (contro la volontà dei laburisti) nel Mercato Comune, Il Primo Ministro conservatore di allora, Edward Heath, disse “L’Europa non è solo un mercato, ma una vera comunità”.

Io ritengo, in realtà, che sin dall’inizio gli inglesi sono entrati in Europa con la riserva mentale di considerarne l’aspetto di area di libero scambio. Però per un po’ parvero stare al gioco. L’idillio finì presto, con gli anni di sciovinismo anti-Bruxelles della Thatcher, il rifiuto della Moneta Comune, l’emergere del populismo antieuropeo di Nigel Farrage; l’Europa è diventata sempre di più un oggetto di diffidenza e disamore, non certo unanimi, ma prevalente nel Partito conservatore e alimentati da una stampa irresponsabile e sciovinista, fino alla sciagurata decisione di David Cameron di indire il referendum del 2016. Cameron pensava di mettere un termine così alle diatribe sull’Europa e credeva di poter vincere il referendum. Le cose sono andate diversamente e 51% degli inglesi ha scelto la strada dell’esodo; credo senza sapere bene cosa questo significava, in parte illusi da chi vendeva la Brexit come la promessa di un futuro splendido, ma si diceva sicura anche che essa avrebbe comportato il mantenimento di forti vincoli con l’Europa pur nel recupero della tanto declamata “sovranità”; insomma, che l’uscita dall’Europa avrebbe comportato solo vantaggi, senza nessun svantaggio. Boris Johnson continua del resto a ripetere questa favola.  La storia successiva è nota: la lunga agonia di negoziati senza fine, la bocciatura dell’accordo concluso da Theresa May, la caduta del suo governo, l’avvento di Boris Johnson con un programma demagogico di durezza (poi in parte smentita dall’imperativo della realtà). Alla fine, però, un accordo è stato trovato.

Cosa sarà ora della GB, dei suoi rapporti con l’UE e del suo posto nel mondo? Dal punto di vista economico, il mantenimento di un’area di libero scambio costituisce certamente un vantaggio, anche se crea una montagna di impedimenti burocratici e probabilmente UE e GB resteranno l’una per l’altra il principale mercato. Però Londra ha dovuto rinunciare a includere nell’accordo il settore dei servizi finanziari, che costituiva più del 30% delle esportazioni britanniche in Europa. Ma per il resto, la GB è fuori da tutto: dalla partecipazione alle grandi decisioni strategiche alla politica e di sicurezza comune, dalla cooperazione di polizia e giudiziaria, all’Erasmus e, in generale, alla politica culturale, oltre che, beninteso, dal sostegno finanziario europeo per far fronte alla pandemia e ricostruire la propria economia. Insomma, un estraniamento reale da una delle maggiori realtà mondiali. Come ha scritto qualcuno, d’ora in poi la Gran Bretagna sarà per l’Europa “a nice little fellow, but so far away!” (un piacevole piccolo amico, ma tanto distante!). E il peggio è che i 27 si sono mostrati sorprendentemente uniti, i puerili tentativi di Johnson di dividerli con un dialogo diretto con Macron e la Merkel sono stati respinti al mittente ed è da presumere che l’Europa andrà avanti per la sua strada.

Nel mondo, la GB si ritroverà più o meno isolata e sostanzialmente debole di fronte ai maggiori blocchi di potere in cui si divide il mondo; non sarà la “splendid isolation” dell’epoca vittoriana, perché allora l’Inghilterra era la maggior potenza economica del mondo, regnava su un immenso impero e dominava i mari, tutte cose irrimediabilmente finite.

Sarà ovviamente portata a rifugiarsi nei rapporti con gli USA (che però non saranno quelli promessi da Trump) e nella cooperazione atlantica. Tornerà al suo ruolo reale, di potenza media, appoggiata su un’economia tuttora importante, sullo status di potenza nucleare e di membro permanente del CdS delle Nazioni Unite e su una residua capacità militare. Né più né meno che la Francia, che però resta ben inserita nell’Europa e vi trova, non solo un grande appoggio economico, ma un amplificatore in politica estera.

Insomma, niente sogni di potenza globale, la passata grandezza è ormai solo un pallido ricordo. O un’illusione.

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