Homo Googlis, il Don Ferrante di oggi

Non sappiamo se ce li ha fatti più amare o odiare, o se la colpa di non averli mai letti bene, né tantomeno capiti, è della professoressa di seconda, ma Alessandro Manzoni i Promessi sposi li ha scritti, e quel libro, oggi, è ancora di attualità, ma non per la peste, cui si paragona il Covid 19. La coincidenza che una delle zone più colpite sia la stessa che vide il maggior diffondersi della peste del 1630, fa dimenticare che la città più colpita fu Verona, dove morì il sessanta percento della popolazione, e volendo ricordare solo con le analogie con il romanzo, abbiamo dimenticato che il Ducato di Milano venne risparmiato durante la ben più terribile epidemia di peste del XIV secolo, che, come questa, sembra ebbe origine in Asia e uccise oltre venticinque milioni di persone.

Rileggere I promessi sposi sarebbe comunque opportuno perché scritti in corretto, anche se un po’arcaico italiano, ma anche per capire le persone: non i personaggi. Manzoni ha infatti descritto e caratterizzato figure che troviamo ancora oggi a recitare esattamente la stessa parte avuta ormai quasi quattro secoli fa. Ecco i nostri signorotti locali, che vivono di prebende, accanto ai paesani che per sopravvivere dovrebbero lavorare, ma viene loro impedito. E troviamo il popolo che, per il momento, non assalta il forno delle Grucce per prendere il pane.

Non è però questa la sede per cercare affinità tra Papa Francesco e il Cardinale Federigo o tra il Premier Conte e Don Rodrigo, lasciando al presidente Mattarella il ruolo dell’Innominato: alcuni ministri però ben potrebbero essere i bravi. Vediamo però che, tra i molti Renzo e Lucia, spiccano oggi i Don Ferrante, quel personaggio che, secondo alcuni, Manzoni ha voluto inserire come rappresentante della decadenza della società dell’epoca. Oggi di Don Ferrante ne troviamo molti e, come il personaggio manzoniano era in grado di usare la penna, sono capacissimi nell’uso della tastiera, senza però avere la benché minima cognizione di ciò che stanno facendo.

A differenza dell’originale, i nostri Don Ferrante non ha una raccolta considerabile di libri, ma un cellulare o un computer di ultima generazione da cui non si distacca, e non accetterebbe di essere definito dilettante in qualsiasi materia, sentendosi forte di quel sapere che si trova nella memoria del suo strumento tecnologico, poi trasfuso nelle granitiche convinzioni e certezze: è l’Homo Googlis. E a vedere bene la trama manzoniana, anche se nasce come Don Ferrante, il ruolo che interpreta oggi è quello di untore.

Il vero Don Ferrante si era scelto Aristotele come filosofo di riferimento; era un’epoca in cui i libri erano un prodotto di nicchia, costosi e alla portata di pochi ricchi e, inoltre fruibili da una cerchia ancora più ristretta di persone: coloro che sapevano leggere e scrivere. Oggi invece i giga di traffico aumentano e costano sempre meno, mettendo a disposizione dell’utenza, oltre ai testi di Plinio e Alberto Magno, i blog di chi ha deciso di essere un influencer o un opinion leader e, magari, fondare una nuova religione o un partito politico.

Novelli Don Ferrante gli Homini Googlis elargiscono il loro sapere sui social, ma non discorrono o accettano un dibattito per confutare le differenti idee: pontificano e sentenziano, tacciando l’opinione altrui come fosse peggio di un’eresia o, sul modello di spettacoli televisivi che hanno osservato attentamente usandoli come palestra da allenamento, tacciano l’altro partecipante alla tenzone, di essere una capra, un non informato, uno schiavo dei poteri e dell’informazione di regime che tappa la bocca a chi vuole dire a tutti ciò che ci verrebbe nascosto. Del resto, per l’Homo Googlis, internet non è un mezzo di comunicazione, ma “strumento di consapevolezza diffusa”, così come viene definito in molte delle tante petizioni on line in cui si chiede l’assoluta libertà di uso della rete per esporre un’opinione e non essere vincolati solo a quella dei regimi, della scienza ufficiale, dei poteri occulti e potremmo continuare. Anche in questo ha qualcosa del vero Don Ferrante: quest’ultimo infatti aveva tra i suoi libri preferiti “Il Principe” di Machiavelli; l’Homo Googlis, di cui si dubita lo abbia letto, con il suo comportamento ritiene di applicare il principio secondo cui “il fine giustifica i mezzi”, mai scritto in questi termini dal segretario fiorentino. Ma si sa; l’Homo Googlis si ferma alla prima riga della definizione di Wikipedia.

E fondandosi sulle sue conoscenze, certo che siano al pari di quelle del vero Don Ferrante sulla scienza cavalleresca, l’Homo Googlis si muove liberamente sulla rete, novello untore che, con il proprio verbo, esibisce le sue arti da tuttologo e, purtroppo, non si ferma alle competenze calcistiche. L’Homo Googlis conosce la legge, la medicina, l’ingegneria e decine di altre materie che vengono decise dalla prima pagina del giorno o, meglio, dall’argomento maggiormente di tendenza e che raccoglie più like e condivisioni. Almeno, una volta, popolavano i bar di periferia e parlavano solo di calcio o poco più. E in questa sua opera che ritiene di diffusione del suo sapere, l’Homo Googlis sparge la peste della sua ignoranza, mascherata con l’arroganza di chi pretende di disporre della verità.

Cosa dire? Possiamo solo augurar loro del bene, dovendo ormai conviverci, e che non facciano la stessa fine del loro progenitore, come eroi del Metastasio.

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