La voce delle piazze

La storia parla di manifestazioni di massa fin dalla metà del XIX secolo e, sembrerebbe, che la prima volta sia avvenuto in Irlanda. Stiamo parlando di manifestazioni di protesta che si presumono non violente; se volessimo parlare di tumulti o ribellioni dovremmo forse risalire al Medio evo se non prima. Ma, per come le intendiamo oggi le manifestazioni di massa o di piazza, hanno origine relativamente recente e, perlomeno dall’inizio del ventesimo secolo sono una costante con cui conviviamo. Dalle suffragette ai primi scioperi per i diritti dei lavoratori, fino alle grandi marce di Gandhi, Martin Luther King; da Piazza Tienanmen ai cortei, più o meno spontanei che, dalla fine degli anni Sessanta, invadono le vie di città grandi e piccole. Marce per la pace, per l’ambiente, per protestare contro regimi oppressivi e dittature, ma anche per chiedere l’approvazione o o l’abrogazione di una legge. Nella costituzione degli Stati Uniti il diritto di riunirsi è protetto dal primo emendamento, ed anche la nostra costituzione, di quasi due secoli più giovane, lo garantisce allo stesso modo.

In quest’ultimo anno le piazze di quasi tutto il pianeta si sono popolate di uomini e donne che hanno voluto far sentire la loro voce o lanciare un messaggio, quasi sempre contro qualcosa e quasi mai a favore. Ma è l’essenza stessa di questa forma di protesta quella di andare contro. Altri tipi di manifestazione li troviamo da parte di chi sostiene di voler sensibilizzare gli altri verso determinate problematiche. E allora troviamo anche gruppi più o meno sparuti che, con striscioni e cartelloni chiedono al resto dell’umanità di diventare vegana o di non vaccinare i figli. Nel corso degli ultimi mesi abbiamo assistito in quasi ogni nazione alle manifestazioni pro ambiente e contro l’inerzia dei politici, che sembra si siano ridotte all’occasione ideale per saltare un giorno di scuola; se avessero voluto dare un senso vero all’iniziativa, gli studenti ben avrebbero potuto optare per una domenica. Oppure fare come, riferiscono alcune cronache, come gli studenti cinesi che hanno protestato raccogliendo immondizia.

Tra le manifestazioni cui viene dato più risalto troviamo anche quelle dei Gilet Gialli che, in Francia, nascendo da un’idea di protesta più che legittima contro l’operato di Macron, si sono poi caratterizzati sempre più per forme violente di espressione. In Italia il neonato movimento delle sardine ha raccolto notevoli consensi come forma di protesta verso la Lega e il suo leader.

Questi tipi di protesta, forse anche perché più vicini a noi, hanno forse avuto più copertura mediatica di quanta non ne abbiano ricevuta le proteste che da Hong Kong al Sud America chiedono maggiore libertà, democrazia, riconoscimento di diritti. In particolare quanto sta accadendo ad Hong Kong potrebbe avere una portata davvero epocale, tutto dipenderà dalla reazione di Pechino. In Sud America la gente è scesa in piazza in Cile, Ecuador, Bolivia e non solo. Anche nella vicina Algeria si registrano movimenti di piazza tra i giovani che vorrebbero un cambio di regime.

Non è possibile, ovviamente, paragonare o mettere sullo stesso piano, ogni tipo di manifestazione. Ad Hong Kong i giovani sanno che rischiano la vita, come in alcune realtà del Sud America; le loro ragioni sono ben più profonde e diverse da chi scende in piazza con cartelli colorati per chiedere più attenzione per il clima o balla a suon di musica dal vivo in un allegro corteo per il Gay Pride. In ogni caso l’importante è metterci la faccia, e non nasconderla dietro maschere, cappucci, passamontagna a meno che, come ad Hong Kong, si debba temere l’arresto solo per avere partecipato. Manifestare, riunirsi, poter avere ed esprimere opinioni, sono connaturati alla democrazia. E questo basilare concetto, purtroppo viene spesso dimenticato da qualcuno che, nella legittimità del suo manifestare, vuole togliere la voce a chi la pensa diversamente, contraddicendo se stesso quando vuole dare voce alle proprie ragioni.

Tutto ciò porta alla mente il nome di Jan Palach, studente di venti anni che, nell’agosto 1969, si dette fuoco a Praga, su Piazza San Venceslao. Quel gesto era la forma di protesta più estrema nei confronti dell’invasione sovietica che aveva represso la Primavera di Praga. Fu il primo a scegliere quel gesto, imitando il monaco buddisti Thích Quảng Duc che anni prima si era dato fuoco per protesta in Vietnam. Se quella di Palach fosse una protesta direttamente rivolta contro Mosca o, come sembra più probabile, per risvegliare i propri connazionali dal loro torpore e inerzia, non è certo, ma la portata di quel gesto ebbe importanti riflessi, ed il suo nome non è certo dimenticato.

Epoche e contesti diversi, si ribadisce, impediscono di fare paragoni oltretutto improponibili, e che nessuno debba ripetere quel gesto, sia ben chiaro. Ma quando si decide di scendere in piazza ciascuno deve essere consapevole delle possibili conseguenze. I fatti dimostrano che in Cile, Venezuela, e Hong Kong e non solo, lo sanno bene. Ma ogni movimento ha il suo Jan Palach? Sperando non ve ne sia bisogno, è la presenza di persone come lui che dimostra il valore e l’efficacia di una protesta e di un’idea. Diversamente ben ci si può ridurre ad un flash mob nato dietro ad una tastiera o ad un fuoco di paglia del momento.

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