Elezioni in Gran Bretagna

Finalmente, Governo e Parlamento britannici hanno scelto la via normale, democratica, per cercare di uscire dal labirinto sempre più intricato della Brexit: indire Elezioni politiche il 12 dicembre prossimo, per rinnovare la Camera dei Comuni e superare l’attuale frazionamento, che passa anche all’interno dei due principali partiti.

Buon senso e rispetto della sovranità popolare avrebbero dovuto imporre questa soluzione e avrebbe dovuto essere adottata già dalla signora May, dopo la triplice sconfitta in Parlamento sull’accordo con l’UE. Johnson vi è deciso, ovviamente, per un calcolo personale: avendo ottenuto un nuovo accordo dall’UE, pensa di presentarsi come quello che finalmente porterà fuori la Gran Bretagna dall’Unione, non più, ovviamente, alla data già passata del 31 ottobre, ma in qualche momento in gennaio, entro il muovo limite del 31 gennaio 2020 concesso da Bruxelles.

Non sempre, però, nuove elezioni risolvono il problema, portando in Parlamento una chiara e omogenea maggioranza che, in questo caso, sia in grado di approvare l’accordo firmato da Johnson e chiuda formalmente questa assurda partita. I sondaggi danno i conservatori in testa rispetto ai laburisti (sui quali pesa la figura ambigua e impopolare del leader, Jeremy Corbyn) ma indicano come maggior partito il “Brexit party” di Nigel Farage, contrario all’accordo firmato da Johnson. Torneranno poi in Parlamento i deputati dell’Irlanda del Nord, anch’essi fieramente critici, e una parte dei conservatori che sono sulla stessa linea. Ci si aspetta inoltre una buona affermazione dei socialdemocratici, degli scozzesi e dei verdi, tutti apertamente opposti alla Brexit.

E resta l’incognita laburista. Corbyn ha  ripetuto più volte di non essere né pro, né contro la Brexit, ma di puntare a un accordo con l’UE che salvaguardi gli scambi commerciali e mantenga i diritti dei lavoratori al livello europeo. Ha anche detto di volere un referendum confermativo dell’accordo, che però lasci in piedi l’opzione di rimanere nell’UE. La maggioranza del suo partito è su posizioni europee più avanzate, ma Corbyn cerca di tenere agganciati quegli elettori laburisti che in alcune aree votarono per l’uscita dall’Unione.

Il fatto è che i conservatori sono incalzati dalla destra di Farrage, i laburisti dal risorto partito socialdemocratico. Ci sono poi i deputati scozzesi, in agguato nella speranza che l’uscita dalla UE legittimi e faciliti un secondo referendum indipendentista.

Come si vede, è un gioco complicato e dai risultati imprevedibili, nel quale conteranno complessivamente non solo i numeri, ma la loro distribuzione geografica tra gli oltre 600 seggi, dato  l’arcaico sistema elettorale che, collegio per collegio, dà la vittoria a chi ha avuto più voti, anche se lontano dal 50%. Un sistema che funzionava e funziona dove ci sono due partiti in competizioni, non ora che ce ne son almeno sette e che inevitabilmente sfasa i risultati elettorali perché di fatto azzera centinaia di migliaia, se non milioni, di voti andati ai perdenti, non contabilizzati sul piano nazionale.

Dal punto di vista europeo,  ovviamente, la speranza è che il prossimo Parlamento abbia i numeri per approvare l’accordo firmato. Solo allora potrà iniziare la fase di transizione che durerà fino a tutto il 2020, e si potrà aprire il negoziato sui futuri rapporti tra UE e UK, che ci si augura siano, nel reciproco interesse, ragionevolmente ampi.

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