L’imbroglio siriano

La nostra Jacqueline Rastrelli ha reso conto in queste colonne, con la consueta lucidità e una capacità di approfondimento quasi unica nella stampa italiana, del progressivo riemergere di Bashar al-Assad  come fattore decisivo in Siria e Medio Oriente anche agli occhi di quei regimi arabi che lo avevano fortemente osteggiato. Le cose nel Medio Oriente sono sempre complicate ed elusive.

L’ostilità di Turchia, Arabia Saudita, Qatar etc., potenze sunnite, non è però difficile da spiegare: il regime siriano non è sunnita ma alauita e Assad ha scelto da tempo una linea di stretta amicizia e collaborazione con l’Iran, potenza sciita rivale temutissima degli arabi del Golfo, e in seguito anche con la Russia. All’inizio poteva sembrare una scelta di convenienza, ma dallo scoppio della rivolta siriana nel 2011 si è trasformata in un’esigenza di sopravvivenza. Assad si è trovato ad affrontare un’opposizione non molto coesa ma diffusa e pericolosa, nella quale dominava la componente islamica fondamentalista di marca sunnita. La prima sponda naturale l’ha dunque cercata nell’affermazione dello Stato Islamico e prendere piede in modo sostanziale e permanente nel Medio Oriente, fino ad allora riserva di caccia occidentale.

E l’Occidente? Stati Uniti, Francia e Inghilterra si sono distinti per una politica miope e alla fine disastrosa. L’ostilità al regime di Damasco, anche se giustificabile per la repressione dell’opposizione e soprattutto per l’uso di armi chimiche, avrebbe avuto un senso solo se i paesi in questione si fossero impegnati a sostenerla con la forza: la forza vera, sul terreno, non quel surrogato comodo e non sempre efficace delle azioni aeree. La Russia e l’Iran, al contrario, questa esigenza l’hanno capita e onorata. Putin si è confermato anche in questa occasione un giocatore serio e senza complessi, uno che capisce e pratica fino in fondo  la “realpolitik”. Di fronte aveva, del resto, le esitazioni velleitarie di Obama e le ambizioni impotenti di Hollande. Trump avrebbe potuto cambiare le carte in tavola, ma il suo istinto lo porta (forse saggiamente) a non giocare un gioco che non è sicuro di vincere.

Il risultato è sotto i nostri occhi: Assad ha recuperato la quasi totalità del controllo sul suo territorio, gli Arabi del Golfo lo guardano con forse minore avversione, la Russia ha sostituito nel Medio Oriente gli Stati Uniti e le sue basi navali si affacciano sulle coste siriane del Mediterraneo. Come catalogo di errori e non c’è  male. Che fare adesso? Credo che l’unica cosa sia riconoscere la realtà e accettarla.

La Siria non è una democrazia nordeuropea, purtroppo necessita di un uomo forte. Vediamone i (pochi) vantaggi: lo Stato Islamico è stato sconfitto. La Siria non ha veramente rotto i ponti con alcuni occidentali (per esempio con noi). La ritrovata stabilità frenerà l’esodo verso l’Europa (come già avviene). E si aprirà la fase della ricostruzione, nella quale non saranno certo Iran e Russia i soli protagonisti e forse neppure i principali. Paesi del Golfo e Occidentali potranno allora giocare qualche buona carta.

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