Trump in Medio Oriente

Lontano dalla difficile situazione a Washington per il “Russiagate”, Donald Trump ha visitato uno dei punti più caldi del mondo, quel Medio Oriente in cui la diplomazia americana ha avuto fin qui ben pochi successi e provocato parecchi guasti.

Le direttrici principali fin qui emerse sono varie: in Arabia Saudita, l’accordo per la fornitura di materiale militare per centinaia di miliardi di dollari, ma anche il discorso pronunciato davanti ai rappresentanti dei Paesi del Golfo. La fornitura di armi non è un fatto nuovo e certamente corrisponde a diretti interessi dell’industria americana, ma non è priva di controversie. Non sono pochi quelli che accusano i Sauditi di aver finanziato l’estremismo sunnita e lo stesso ISIS, principalmente in funzione di contenimento dell’influenza sciita appoggiata dall’Iran. È molto improbabile che l’intelligence statunitense non ne sia al corrente e non ne abbia informato il Presidente, ma questi ha compiuto una scelta di campo, rafforzando i legami con l’Arabia Saudita e mantenendo invece la sua posizione polemica verso l’Iran.

Nel discorso di Riad, Trump si è dedicato soprattutto al problema del terrorismo, invitando gli Stati arabi a una specie di Santa Alleanza per sconfiggerlo. Una linea difficile da criticare ma, temo, poco realistica. Gli Stati petrolieri seguono politiche complesse e contorte, in cui nulla è semplice, nulla è nero o bianco, ma le zone grigie sono ampie e pericolose. Forse solo assicurando loro una difesa militare contro l’Iran, Trump potrebbe – da pragmatico qual è – ottenere la loro collaborazione contro il terrorismo islamico, sempre che sia questo, per lui, il vero nemico da battere e non uno spaventapasseri da agitare  per coprire altri interessi.

Quello che pare incomprensibile – se non si hanno in mente questi possibili interessi – è l’accanimento contro l’Iran. Questo Paese, il maggiore dell’area, ha certamente un passato di appoggio ai movimenti estremisti, specie in Libano e Ghaza, e di attivismo anti-israeliano. Ma ha appena rieletto con forte maggioranza il riformista Rouhani, il cui programma è di apertura al mondo. Naturalmente, non è che a Teheran tutto sia semplice e chiaro. L’Iran resta una teocrazia, retta dai preti musulmani, tra i quali è forte tuttora la parte ultraconservatrice che fa capo all’Ayatollah Khamenei e ha i suoi punti di forza nelle milizie del regime. Rouhani ha l’appoggio delle classi abbienti, dei giovani delle Università e di tutti quelli che vogliono un futuro di pace e non il ritorno all’oscurantismo del passato. Ma è lungi dall’avere tutto il potere. Una politica saggia sarebbe quella di rafforzarlo dall’esterno, rispondendo coi fatti al  desiderio della maggioranza degli iraniani, che lo hanno votato, di vivere in pace con l’Occidente, perché a medio e lungo termine non credo vi sia speranza di stabilità nel MO senza la partecipazione dell’Iran. Con la sua accesa retorica, Trump sta facendo tutto il contrario.

Nella sua visita in Israele, il Presidente ha riaffermato la forza dei legami tra i due Paesi, che sono un elemento fondamentale per la presenza USA nell’area e per la sicurezza israeliana, ma hanno anche risvolti politici interni americani importantissimi. Nessuna amministrazione USA li ha mai realmente messi in causa, ma Obama si era mostrato in diverse occasione meno passivamente acritico. Trump ne aveva fatto uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale e ora non fa che attuare le promesse fatte. Tuttavia, almeno finora, si è fermato alle soglie del gesto di valore simbolico definitivo, cioè il trasferimento dell’Ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo quest’ultima come capitale di Israele. Gesto difficilmente compatibile con la politica nei confronti dell’Arabia Saudita e con la richiesta di collaborazione araba contro il terrorismo. E mossa certamente negativa per quel processo di pace che ora Trump ha l’ambizione di rilanciare. Ultimo nella serie dei Presidenti USA che si sono illusi di poter mettere un termine a un conflitto che trova radici nella storia, nella religione e soprattutto nella infinita follia umana.

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