PD, liberi tutti

Domenica scorsa potrebbe essersi consumato l’ultimo atto di un Partito Democratico ormai da mesi dilaniato da un conflitto interno che è riuscito a minare anche la solida ossatura ex comunista. Lo scontro tra il Segretario dimissionario e la minoranza dem nelle persone di Emiliano, Rossi e Speranza, rischiano di far affacciare alla finestra fantasmi modello “Unione” con il ritorno allo spacchettamento del centrosinistra.

Possibilità, questa, manifestata a più voci in queste settimane con minacce e controminacce di ricostituire partiti legati a esperienze più di sinistra e meno centriste. L’indizione del Congresso, che sembra l’ultima àncora prima della definitiva rottura, potrebbe non bastare. Se Renzi dovesse presentarsi nuovamente a guidare il Partito Democratico, la nascita di un nuovo movimento alternativo potrebbe essere inevitabile.

Insomma sembra di assistere ad un definitivo scioglimento del partito che quasi 10 anni fa nasceva con l’intento di diventare un grande protagonista della politica italiana ed europea nella tradizione dei movimenti socialdemocratici delle grandi potenze centroeuropee. E, se alle parole del trio dissidente dovessero corrispondere anche i fatti, si aprirebbero scenari politici inaspettati fino a poco tempo fa.

Innanzitutto sarebbe molto improbabile che il Governo a guida PD possa concludere il proprio mandato nel 2018. I numeri al Senato non consentirebbero di governare senza incidenti di percorso che oltre al danno di una sinistra divisa, potrebbe ulteriormente disaffezionare l’elettorato che rischierebbe di trovare riparo tra le braccia di Grillo. Inoltre, l’attuale legge elettorale, anche con l’ipotesi di rendere i sistemi di Camera e Senato omogenei, non permetterebbe a nessuno di esprimere una maggioranza di Governo.

E se davvero la scissione dovesse prendere forma, lo scenario, in tema di alleanze e strategie politiche, potrebbe farsi interessante. Berlusconi, pur mantenendo una basso profilo e un irrinunciabile ottimismo su un centrodestra unito, vorrebbe fuggire dalla morsa sovranista di Lega e fratelli d’Italia, per approdare su lidi più moderati magari proprio insieme al tanto stimato Matteo Renzi.

Già, perché uno dei principali motivi che hanno condotto la sinistra democratica ad opporsi al Segretario dimissionario è, oltre all’aver personalizzato il Partito, quello di essere poco di sinistra. Atteggiamento imperdonabile per veterani della Prima repubblica che hanno costruito la propria carriera politica tra le file dell’allora Partito Comunista e che accettano a fatica la perdita dei valori ispiratori del Partito.

I prossimi giorni saranno decisivi per capire chi compirà il primo passo. Renzi è determinato a non arretrare e tutto sommato spera siano gli altri ad andarsene e non lui a cacciarli, costruendo poi la campagna elettorale sulla fame di poltrone dei dissidenti. Difficile invece che Renzi “per il bene del partito” cerchi ancora di trovare una soluzione anche perché difficilmente servirebbe la propria testa su un piatto agli avversari.

Insomma, la vicenda probabilmente si concluderà con un finale già scritto. Finale che oltretutto rianimerà un centrodestra esanime ma soprattutto darà a Grillo la forza di tentare una vera e propria scalata di forza a Palazzo Chigi.

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Un Commento

  • Le parole chiave sono ‘carriera politica’ e ‘fame di poltrone’.Nessuno pensa di accomunare chi si impegna in politica agli asceti buddisti o cristiani che antepongono il bene comune al proprio ma il caso italiano è davvero patologico: tra personalismo esacerbato e risentimento pare che l’ideale politico sia quello di far corrispondere ad ogni attore politico un partito.La nostra indole anarcoide fa tutti liberi il che significa tutti schiavi della propria impotenza politica.Perchè non appaltarne l’esercizio a un non-italiano? Risorgimento e Resistenza sono nella polvere!

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