Carta di Atene, accordo Paesi UE del Mediterraneo

Lo ha ribadito il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, nel suo discorso sullo stato dell’Unione, mercoledì scorso al Parlamento UE di Strasburgo: «L’Europa sta affrontando una crisi esistenziale». Un concetto che in realtà siamo stati abituati ad ascoltare sin dall’inizio dell’anno, quando la crisi dei migranti ha reso evidenti le falle dell’attuale sistema di gestione delle emergenze da parte delle istituzioni europee. Juncker ha messo sul banco una serie di proposte concrete, un’ “agenda positiva” da porre in atto nei prossimi 12 mesi, tra cui l’aumento a più di 600 miliardi di euro del Fondo europeo per gli Investimenti Strategici.

Ma a parte il ruolo ufficiale di governo del presidente della Commissione, che dà l’indirizzo politico, in che modo stanno rispondendo i rappresentanti degli Stati membri europei, per avviare insieme e con forza la macchina della nuova Europa? A quanto vediamo in giro, quel “vuoto politico” di cui si parla spesso non arriva mai ad essere colmato. E tra questi tentativi di accordo tra paesi europei, sotto forma di meeting ufficiali ogni volta in una location diversa, adesso ritroviamo insieme i rappresentanti degli Stati UE dell’area meridionale, cioè dell’Europa che ha sempre avuto una relazione diretta col mar Mediterraneo e i paesi di Africa e Medio Oriente.

Lo scorso 9 settembre si sono riuniti ad Atene i leader politici di Grecia, Italia, Francia, Portogallo, Malta e Spagna, per provare a rafforzare l’unità e la coesione nell’UE in vista del prossimo Consiglio europeo del 16 settembre, a Bratislava. Da tale incontro, denominato “EuMed”, è venuta fuori una dichiarazione scritta che ha preso il nome di Carta di Atene, un documento che descrive i propositi di questa piccola “unione nell’Unione”, composta da Stati che condividono interessi economici e geopolitici.

Il primo ministro greco Alexis Tsipras ha espresso così gli intenti della riunione: «Non vogliamo essere un gruppo di divisione, ma promuovere il dialogo per una nuova Unione europea, che punti sulla lotta alle disuguaglianze, sulla sicurezza, per la crescita economica e la coesione sociale, con nuove politiche per i migranti». Il testo della Carta di Atene, che si può leggere qui per intero in lingua inglese, sottolinea la volontà condivisa di collaborare a una nuova unità europea, sapendo che insieme i paesi UE sono più forti per fornire ai propri cittadini condizioni migliori per costruire il proprio futuro. Tutto ciò rispettando la decisione di alcuni Stati, come il Regno Unito, che tramite la Brexit è uscita dall’Unione ma che, in futuro, potrebbe rivelarsi ancora un valido alleato per l’Europa.

Nel testo sono indicate cinque priorità principali e misure da adottare nel nuovo contesto europeo: assicurare la sicurezza interna ed esterna dell’Europa; rafforzare la cooperazione nel Mediterraneo e con i paesi africani; promuovere la crescita e gli investimenti nell’UE; incrementare i programmi per la gioventù; affrontare la sfida delle migrazioni.

Il presidente del consiglio italiano, Matteo Renzi, ha messo in evidenza l’importanza strategica che ancora oggi l’area mediterranea possiede nel contesto più vasto dell’Unione, pur essendo spesso considerata quel “Sud dell’Europa” che offre più problemi che vantaggi: «Se qualcuno si rivolgesse con lo sguardo al Mediterraneo, vedrebbe uno straordinario pezzo di Europa, ma la stragrande maggioranza dei commentatori oggi ritiene che sia solo il passato dell’Europa. Non è così. La scommessa di questo incontro è tentare di rinnovare un’idea di Mediterraneo come luogo dove l’Europa tira fuori la parte migliore di sé». Renzi ha posto inoltre l’accento sulle rigide politiche di austerity imposte in prima linea dalla Germania: “L’Europa non può continuare ad essere solo regole, tecnicalità e austerity, ma dovrà concentrarsi sui valori profondi che l’hanno fatta grande”.

Parole importanti, senza dubbio, che tuttavia mettono in luce, forse più di prima, l’impatto solo relativo di eventi come questo sul reale cambiamento politico dell’Unione europea, formalmente guidata da una pletora di commissari ed eurodeputati, ma nella sostanza governata dallo strapotere politico ed economico di Germania e Francia. In che modo i leader di questi paesi dell’Europa meridionale potranno incidere sulle decisioni prese a Bruxelles? Oggi si parla purtroppo del Sud dell’Europa come il grande fallimento dell’Unione europea. Numerosi tentativi sono stati fatti in passato, per dare al Mediterraneo una nuova funzione nel contesto dell’UE: dapprima il dialogo Euro-Arabo dagli anni Settanta ai Novanta; poi il Processo di Barcellona, avviato nel 1995; poi la Politica europea di Vicinato nel 2004; e ancora la ben conosciuta Unione per il Mediterraneo (UfM), creata nel 2008 tra grandi aspettative, ma poi mai decollata per via di impedimenti notevoli come l’opposizione tedesca, la crisi economica che non consentì adeguati finanziamenti e le forti implicazioni politiche legate alla presenza di Israele nel gruppo dei suoi 43 paesi. Oggi l’UfM è ancora in funzione, e tra l’altro il co-presidente è il nostro Alto rappresentante UE Federica Mogherini: tuttavia, resta un organismo del tutto privo di influenza politica che avrebbe bisogno di una revisione completa delle proprie attività strategiche.

Cosa vogliono allora ottenere i nostri leader “euro-mediterranei” tramite i loro meeting? Il prossimo sarà organizzato in Portogallo. Sperando che non si tratti ancora una volta di mere strategie politiche per accattivarsi voti e preferenze nelle prossime elezioni, ci auguriamo che l’Unione europea capisca nel prossimo futuro quanto il Mediterraneo sia una delle chiavi di volta per affrontare le sue sfide globali con la forza che aveva un tempo, quanto Roma e Atene dominavano davvero sul mondo intero.

©Futuro Europa®

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