Congresso PPE di Madrid, intervista a Mario Mauro

Madrid – Nel primo giorno dell’evento statutario del PPE in Spagna, tra i temi chiave del dibattito risulta evidente quello della gestione dell’immigrazione e dei confini esterni dell’Europa, analizzato dai relatori sotto diversi aspetti. Abbiamo chiesto al Presidente dei Popolari Per l’Italia, Mario Mauro, il proprio punto di vista su tali sfide cui l’Europa è sottoposta, tramite un focus sul ruolo-guida del Partito Popolare Europeo nel contesto internazionale.

Nel corso del congresso di Madrid verrà discusso il documento di risoluzione “Proteggere l’Unione e promuovere i nostri valori” sulla difesa europea, che lei ha elaborato a quattro mani con Michel Barnier. Quali sono le proposte presentate, e quali difficoltà politiche per implementarle?

In un congresso ufficiale come questo di Madrid, le modifiche statutarie da compiere sono rivolte sia ad aumentare l’integrazione politica tra i partiti che fanno parte del PPE, sia per allargare la famiglia popolare, che va ampliata in chiave anti-populista. Come è noto, popolari e populisti hanno idee molto diverse sulla politica, ma gli elettori spesso sono gli stessi.

Questo impone ai popolari di centrare alcune sfide in chiave anti-demagogica che possono permettere di continuare a sostenere il progetto europeo. Le sfide da vincere sono quelle legate al documento di contenuto a cui abbiamo lavorato con Michel Barnier. Usando l’espressione di Giovanni Paolo II, come si fa a costruire “una civiltà dell’amore e dell’accoglienza”, e nello stesso tempo continuare a tutelare i diritti e i bisogni dei cittadini europei? E’ chiaro che bisogna modulare alcuni strumenti che impongono da un lato di rivedere i trattati da Schengen a Dublino, dall’altro di aumentare però il tasso di disponibilità in chiave politica alle ragioni dell’altro.

Fin tanto che non sarà chiaro che le frontiere dell’Italia, della Grecia e della Spagna sono frontiere europee, noi faremo vivere l’assurdo, in un’Europa che ha cancellato i confini interni, mentre le frontiere esterne dell’Europa tornano ad essere di competenza nazionale. Il documento affronta una serie di snodi come questi, con al centro l’idea che l’integrazione europea non sia pienamente compiuta, e probabilmente il fatto che l’Europa necessita di una dimensione federale se vorrà sciogliere alcuni dei problemi più grandi.

Crede nel progetto di redistribuzione dei migranti così tanto sponsorizzato dai politici in Europa? La vede come una soluzione plausibile?  

In questo momento, la redistribuzione è tanto auspicabile quanto problematica, perché è su base volontaria. Non c’è quindi un meccanismo che, ad esempio in base alla popolazione, imponga una redistribuzione nazionale ad ogni stato membro in Europa. Quella sarebbe già una dimensione federale che ancora non è una realtà, perché non si è stati ancora capaci di convincere i partner politici. Diciamocela tutta: in Europa c’è gente che ci sta per prendere, ma non per dare. Questo è un problema che va chiarito sul piano politico, e l’unico soggetto politico che può farlo è il Partito Popolare Europeo, perché è nel suo dna aver voluto il progetto di un’Europa progressivamente più unita. Oggi il PPE dovrà riproporne un livello più ambizioso, o altrimenti vedrà crollare tutto quello che ha costruito in questi anni.

Come considera l’influenza del Partito Popolare Europeo negli Stati membri? Si tratta di una forza politica in grado di influenzare l’opinione della gente?

Qui veniamo al dunque della sfida politica. Oggi nelle opinioni pubbliche cresce l’opinione populista e diminuisce quella popolare, quindi il continente ha il dovere di sciogliere questo nodo, dove i leader popolari siano capaci di fare una politica non demagogica da un lato, e molto schietta dall’altro. Per questo rifugiati e migranti economici non sono la stessa cosa, e a tale scopo bisogna attuare misure adeguate per gli uni e per gli altri.

I socialisti sono esagerati in un senso, parlando di un’accoglienza che esiste solo in astratto e che genera conflitti. I populisti, dall’altro, negano invece qualunque spazio legato alle sfide reali, perché dichiarano di non voler risolvere il problema dei rifugiati, ma di combattere alla radice il problema della guerra in Siria.

A sinistra e tra i populisti si fa a gara a dire no alla guerra, ma in realtà la responsabilità sul piano internazionale è ciò che caratterizza i governi e li distingue dagli arruffapopoli. L’Europa deve dunque porsi non solo il problema di accogliere i rifugiati, ma di far anche far finire la guerra nei paesi più colpiti.

Il presidente Joseph Daul ha parlato di una crisi d’identità degli europei, spesso “irresponsabili” nel consentire a chiunque di entrare in Europa. Che opinione ha dell’integrazione europea di oggi? Sono efficaci i progetti per integrare ed educare i rifugiati?

Vedo mancanza di realismo, tramite un esempio molto chiaro: oggi nelle scuole italiane c’è una media di venti alunni per classe, di cui più della metà sono spesso di dieci etnie diverse; quindi l’elemento unificante non può essere legato a una di queste etnie, ma piuttosto al paese che le accoglie. Ciò però non basta, perché se non c’è ripresa demografica dei paesi europei, ci sarà nel tempo la subordinazione culturale a chi arriva dall’estero.

Se non si verifica una ripresa democratica, ci sarà una trasformazione dagli effetti oggi non prevedibili, perché magari legata al conflitto delle etnie che si insediano. Ad esempio, come in via Padova a Milano, dove si ha la parte egiziana e quella sudamericana che si scontrano tutti i giorni, perché non comunicano affatto tra di loro: da qui sembra evidente che il progetto di integrazione è fallito. Una vera integrazione la può facilitare un paese che rimanga maggioritario – sostenendo la ripresa demografica – e che sia aperto ma intelligente, con delle proposte mirate a far confrontare le nuove etnie all’interno della propria cultura ospitante, perché ogni nuovo immigrato dovrà adeguarsi all’identità del paese da cui viene accolto.

Qual è la l’attuale situazione politica dei Popolari per l’Italia?

Ho una visione politica molto chiara. Ho promosso i Popolari Per l’Italia perché fossero il trait d’union di una ricomposizione del centro-destra italiano, sotto l’egida popolare. Ho dunque dato linfa a questo nuovo progetto politico perché il campo popolare si ricomponesse, evitando di arrendersi alle posizioni populiste. Questo è il nostro scopo, non abbiamo timore nel dire che nel momento in cui realizzassimo questo ideale, saremmo un elemento che si scioglie dentro questo frutto più grande e maturo. Oggi questo problema non c’è, perché il PdL ha vissuto una grande crisi strutturale, con Forza Italia che esprime una parte importante di questa condizione; il Nuovo Centro Destra (NCD) è diventato un nuovo centro-sinistra, perdendo la spinta che poteva orientarlo in questa dimensione, perché la Lega cresce nei consensi ma non nelle intuizioni, e presenta un pacchetto di idee che non è capace di far lievitare il progetto europeo. Noi del PpI siamo piccoli, ma senza dubbio fortemente legati alla radice che vedete vivere qui a Madrid.

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