Cronache dai Palazzi

L’Europa “non è la strega cattiva e nemmeno un alibi”. Prima di partire per Bruxelles, il premier Renzi ha ampiamente esposto alla Camera dei Deputati le sue intenzioni e i suoi piani da presentare ai vertici Ue, puntualizzando la sua nuova idea di Europa: un’Europa meno tecnocratica che non sia “un grande Cda ma la più grande scommessa storica”.

Renzi è andato a Bruxelles per dimostrare la possibile buona riuscita delle sue riforme e, soprattutto, con l’intenzione di non farsi dare troppi ‘compiti da fare a casa’, sottolineando che l’Italia non è un alunno da mettere in punizione dietro la lavagna bensì uno dei padri fondatori del progetto europeo. I leader Ue hanno accolto con beneficio di inventario le riforme di Renzi e hanno dimostrato la loro solita prudenza di fronte ad un Paese che, dati “gli eccessivi squilibri macroeconomici”, è ancora “un sorvegliato speciale”.

Le spine nel fianco non sono poche. Oltre al famigerato 3% nel rapporto debito/Pil ci sono i parametri di Maastricht per i quali il debito pubblico non può superare il 60% del Pil, e in caso contrario vanno previste delle misure di rientro; il Patto di Stabilità (1997) che prevede sanzioni per chi sfora i limiti; l’obbligo di rientrare nei parametri del Fiscal Compact approvato nel 2012, il quale prevede che dal 2015 l’Italia riduca di un ventesimo (5%) ogni anno la parte di debito oltre il 60% del Pil (in questo momento il debito è ancora oltre il 130% del Pil). Infine il Fiscal Compact, oltre a prevedere l’obbligo di perseguire il pareggio di bilancio ammette un limite al deficit “strutturale” che corrisponde allo 0.5% del Pil.

Renzi dichiara comunque di non aver discusso con Barroso “dello 0.2% ma di grandi riforme” e sottolinea: “Non abbiamo fatto un dibattito sullo ‘zero virgola’, stiamo rivoluzionando e cambiando l’Italia”. “Il rispetto degli impegni presi in Europa è fondamentale per la fiducia nell’Italia e nell’Ue”, ha rimembrato a sua volta Barroso a Renzi, confermando il richiamo all’austerity e sottolineando che “tutti devono continuare ad applicare le regole” concordate.

Il Premier è comunque convinto che le sue “grandi riforme” rivoluzioneranno l’Italia e, ironizzando a proposito dell’ingresso preso per recarsi dal presidente del Consiglio Ue, Van Rompuy (il corridoio opposto a quello usato abitualmente) ha provocatoriamente affermato: “L’Europa cambia verso”. Renzi sembra non fidarsi troppo dell’Europa dei tecnocrati e si presenta come il premier di un Paese fondatore che privilegia il dialogo con gli altri big dell’Unione, piuttosto che incassare (senza diritto di replica) le richieste dei vertici tecnici di una Unione europea da rivedere. In quest’ottica Renzi è interessato alla “direzione di marcia” più che ai sorrisini tra i vertici Ue. “Sia a Parigi che a Berlino – afferma il premier  – hanno accolto le nostre riforme con grande incoraggiamento, non è una questione di decimali ma politica e per noi contano le persone, le famiglie, a cui dobbiamo dare una risposta, non la trattativa su clausole o deroghe statistiche”. La sfida europea per Matteo Renzi è appena iniziata ma l’equilibrio dialettico dimostrato sembra appartenere ad un veterano delle istituzioni europee. Ha rivendicato il rispetto di “tutti i vincoli” nonostante “i limiti e le difficoltà” dell’Italia; ha sollevato il problema dell’antieuropeismo, diffuso ormai in tutto il continente, rimarcando la necessità di strutturare un progetto diverso di Europa: “l’Europa dei cittadini e non dei vincoli”.

Renzi va avanti per la sua strada forte anche dell’appartenenza al Pse e dall’interno della famiglia dei socialisti europei, il socialista tedesco Schulz, presidente dell’europarlamento, dichiara di condividere la “direzione di marcia” intrapresa da Matteo Renzi difendendolo.  “Penso che Renzi abbia ragione nel considerare gli investimenti del futuro una cosa diversa dall’indebitamento – ha affermato Schulz – abbiamo i criteri di Maastricht che sono parte del trattato che devono essere rispettati e il premier Renzi non li mette neppure in questione, ma è chiaro che dobbiamo utilizzare tutti i mezzi che abbiamo a disposizione per creare crescita e soprattutto occupazione”. Martin Schulz crede nel progetto italiano e afferma di ‘lottare’ con Renzi. “Spero ce la faccia con le riforme”, dichiara il presidente del Parlamento europeo perché “l’Ue ha bisogno di un’Italia forte e l’Italia ha bisogno di un’Ue solidale, che vuol dire sostenere il Paese a uscire dalla crisi”.

Dopo un avvio del vertice piuttosto burrascoso caratterizzato dal duro faccia a faccia tra Renzi e Barroso sui vincoli di bilancio, l’ambizioso piano di riforme strutturali sostenuto dal premier italiano ha raccolto un ampio consenso tra i leader della tecnocratica Unione europea anche se tra sentimenti contrastanti, tra fiducia e scetticismo e, per di più, in un’atmosfera pre-elettorale che non vuole dare man forte alle ondate antieuropeiste rischiando di trasformare le elezioni europee in forche caudine per il progetto dell’Ue.

Anche se sullo sfondo persiste il dubbio sulla capacità dell’Italia e nello specifico di Renzi di superare la crisi rispettando gli impegni finanziari presi con l’Europa, alla fin fine i toni si sono stemperati anche con Barroso. “Renzi ha detto a me – ha garantito il presidente della Commissione Ue – come aveva fatto con la cancelliera tedesca Angela Merkel, che farà le riforme nel rispetto del trattato Ue, del Patto di Stabilità e di crescita e anche del Fiscal Compact”.

In definitiva la direzione di marcia è “fare le riforme” per favorire una “crescita sostenibile” del Paese Italia e dell’intera Ue. A proposito di Italia, infine, i leader Ue guardano in particolare alla riforma del mercato del lavoro, alla modernizzazione della pubblica amministrazione e del sistema politico nel suo complesso.

©Futuro Europa®

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