Cronache dai Palazzi

La fragilità del sistema politico italiano è una “fragilità congenita” ma va combattuta. Ne è convinto il presidente Napolitano che insiste sull’urgenza di dare una “indispensabile maggiore continuità ed efficacia all’azione di governo”. Un governo, quello del premier Letta, che aspira a mangiare il panettone anche l’anno prossimo ma che nel 2014 dovrà necessariamente concretizzare le riforme fondamentali perché in gioco c’è la funzionalità dell’intero sistema e l’uscita dallo stato di galleggiamento che caratterizza la fase attuale. Secondo il presidente della Repubblica la “sostenibilità” del proprio mandato (cui è stato “chiamato senza averlo ricercato”, ha puntualizzato ancora una volta Napolitano) è strettamente connessa a questo specifico progetto.

Nell’anno del voto per il Parlamento europeo e del semestre italiano di presidenza, l’Ue dovrà “decisamente imboccare la strada delle politiche per l’occupazione e la crescita – sottolinea Napolitano – che possono rendere più evidenti le ragioni del nostro progetto comune”. Il Capo dello Stato evoca la capacità dell’Ue di rispondere alla globalizzazione e sottolinea che occorrono “pragmatismo” e “visione strategica” per avvicinare i cittadini all’Europa e per farli sentire parte integrante dell’Unione. Gli Stati Uniti d’Europa si costruiscono sul piano politico costruendo un ampio consenso sul fronte sociale. Affermava Luigi Einaudi, uno dei fautori degli Stati Uniti d’Europa: “Siete […] decisi a dare il vostro voto e il vostro appoggio soltanto a chi prometta di dar opera alla trasmissione di una parte della sovranità nazionale ad un nuovo organo detto degli Stati Uniti d’Europa? Se la risposta è affermativa e se alle parole seguono i fatti, voi potete veramente, ma allora soltanto, dirvi fautori della pace. Il resto è menzogna”.

L’Unione europea ha raggiunto il traguardo della pace dopo la guerra ma oggi è nuovamente minacciata da una guerra diversa: una guerra economica che non lascia molto spazio a sogni di vaga o, tantomeno, ‘rigorosa’ ricostruzione e rischia di depotenziare la libertà dei cittadini europei più svantaggiati.

Per sfuggire alle insidiose conseguenze dell’opzione statocentrica, Luigi Einaudi suggeriva di imboccare la strada della federazione, disciplinata e retta organicamente da un governo sopranazionale, a cui i vari componenti dovevano cedere buona parte della loro sovranità. Era questo, per Luigi Einaudi, il percorso obbligato per conseguire la pace e potenziare la libertà in Europa e nel resto del mondo. Dopo circa cinquant’anni le questioni sulle quali ci si interroga sono paradossalmente molto simili. Dal punto di vista istituzionale non è chiaro se l’Unione europea assomigli più ad una federazione o ad una confederazione ma, di certo, di fronte alla necessità di raggiungere un accordo unanime i governi dei singoli Stati membri materializzano la natura confederale dell’Unione, evidenziando i rischi di contrattazioni lunghe e inefficaci. Nonostante tutto, rischi compresi, da soli i singoli Stati membri si rivelano ormai incompleti e un po’ di sovranità nazionale va necessariamente ceduta per costruire una ‘sovranità comune’ più forte e più coesa, capace di tutelare gli interessi di tutti i cittadini europei.

L’Europa non è però un mero ideale ma una realtà concreta e il compromesso che ha messo la prima pietra dell’unione bancaria lo dimostra chiaramente. All’interno delle istituzioni europee i singoli governi nazionali hanno deciso insieme su questioni cruciali come la solidità delle banche mentre all’interno dei singoli confini nazionali i tempi delle decisioni sono, molto spesso, troppo lunghi e le critiche nei confronti della politica, del Parlamento e dell’azione di Governo sono, di solito, molto aspre.

All’interno dei nostri confini nazionali al centro delle critiche c’è ora la legge di Stabilità, la grande protagonista di fine anno. A protestare non sono solo i Forconi ma anche il mondo della rappresentanza, e ciò denota una spaccatura profonda tra politica e società civile che non si materializza semplicemente negli scontri di piazza ma prende corpo tra coloro che dovrebbero, in qualche modo, concertare con il Governo per assicurare al Paese delle sorti migliori.

“Le persone a cui manca il lavoro, totalmente o parzialmente, sono 7,3 milioni – sottolineano i dati del Centro studi di Confindustria – due volte la cifra di sei anni fa. Anche i poveri sono raddoppiati a 4,8 milioni”. In sei anni “le famiglie  hanno tagliato sette settimane di consumi, ossia 5.037 euro in media l’anno”. Una vera e propria “emorragia occupazionale” e Squinzi chiede al Governo di “usare il linguaggio sovversivo della verità, che sta oggi in questi numeri”. “Non c’è nessun paese dentro e fuori l’Europa in cui le lancette dell’economia siano tornate così indietro a causa della crisi”, ammonisce il leader degli industriali; un contesto socio-economico così a rischio porta viale dell’Astronomia a citare Nelson Mandela: “Vincere la povertà non è un gesto di carità”.

Da Bruxelles Letta risponde alle critiche degli imprenditori e sottolinea  di non aver la bacchetta magica. “Io ho la responsabilità di tenere in equilibrio la barca dell’Italia – sottolinea il premier a ridosso del vertice europeo – voglio che ci siano gli strumenti per la crescita senza sfasciare i conti pubblici. Confindustria dovrebbe essere la prima a sapere che tenere i conti a posto vuol dire far calare lo spread che oggi è arrivato a 219 punti, il più basso negli ultimi due anni e mezzo”.

La differenza di vedute è tangibile. Confindustria ribadisce che il Pil è in calo di 9,1 punti dal 2007, il debito pubblico è salito al 130% e le tasse evase a 190 milioni di euro. Non solo il mondo dei produttori, ma anche i Comuni e il sindacato esprimono il loro malcontento per una legge di Stabilità che secondo Squinzi ci riporta “ai tempi delle vecchie finanziarie”. A pochi giorni dall’approvazione della suddetta legge di Stabilità – approvazione prevista per lunedì 23 dicembre – il disagio guadagna posizioni all’interno della società civile nonostante il Capo dello Stato, uno per tutti, assicuri che la classe dirigente vuole andare oltre l’attuale “difficile fase storica” costruendo “un’immagine internazionale più in linea con le potenzialità” del Paese “su solide fondamenta”.

I “complessi problemi interni” andrebbero in pratica ampiamente superati per aprire una fase di rinnovamento che però non si risolve semplicemente con la ‘rottamazione’. Servono “pragmatismo” e “visione strategica” per dare corpo ad un “rinnovamento del nostro sistema Paese in un’Europa più integrata” e, in sostanza, per risolvere la crisi.

La riduzione del benessere e una crescita depotenziata sviliscono le istituzioni democratiche, acuiscono il disagio sociale provocando un profondo imbarbarimento della vita civile che rischia, in questo modo, di trasformarsi in una giungla.

In questo contesto la stabilità politica è necessaria – anche all’interno dello stesso Eurogruppo ogni Paese non può prescindere da un proprio sistema politico stabile e risolutivo sul piano delle riforme – ma è direttamente proporzionale alla stabilità economica che, a sua volta, è direttamente proporzionale alla riduzione della spesa pubblica – “una necessità oggi non contestabile né differibile”, come rimarcato da Napolitano – e alla crescita dell’occupazione.

Il ‘progetto europeo’ complessivo non può però ridursi ad un semplice progetto economico deciso a tavolino. Svincolandosi da pulsioni e pressioni populiste, “volte a scardinare il senso più profondo del patto solidale”, tale progetto dovrebbe avere nel contempo una forte valenza politica che non si concretizzi esclusivamente in vaghe misure di solidarietà offerte dai Paesi più forti ai Paesi più deboli. Tutti “gli stati nazionali devono unire le proprie forze per costruire l’Europa politica”, ha ammonito Napolitano intervenendo alla Decima Assemblea degli Ambasciatori organizzata dalla Farnesina, e soltanto reagendo al “crescente tecnicismo del dibattito in sede europea” – un “tecnicismo esasperato che è di fatto una delle cause della estraniazione dei cittadini dal dibattito europeo, offrendone un’immagine riduttiva e asfittica” – l’Ue potrà vincere la sfida, in un mondo globalizzato.

©Futuro Europa®

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