Cronache dai Palazzi

È cambiata la maggioranza e secondo il Quirinale la scelta più ovvia è un nuovo discorso programmatico del premier Letta di fronte alle Camere. Così il governo in carica dovrà richiedere la fiducia al Parlamento e auspicarsi un superamento delle nuove diversità subentrate all’orizzonte, con Forza Italia passata all’opposizione e una maggioranza nuova che, seppur “coesa” – come l’ha definita il presidente del Consiglio – è nello stesso tempo risicata o, tantomeno, da verificare come ha intuito Napolitano. La fiducia arriverà però solo dopo le primarie del Pd  – e quindi dopo l’8 dicembre – che dovrebbero decretare Matteo Renzi come nuovo segretario del Partito democratico, colui che potrebbe porre nuove condizioni all’esecutivo anche se Enrico Letta assicura che “la nuova fiducia rafforzerà il Governo e la sua legittimità” e permetterà di passare da un ‘gioco di difesa’ ad un ‘gioco d’attacco’, dopo l’assedio politico ed economico subito dall’esecutivo fino ad oggi.

Una verifica politico-parlamentare per una coalizione di certo meno ampia di quella che ha dato vita al progetto delle larghe intese ma che dovrebbe essere caratterizzata da una maggiore stabilità, coesione e determinazione, in pratica le virtù essenziali per poter, eventualmente, durare fino al 2015 superando ampiamente il semestre europeo dal 1 luglio al 31 dicembre 2014. Il presidente Napolitano ha precisato che dovrà trattarsi di “un passaggio parlamentare che segni la discontinuità politica tra il governo di larghe intese e il governo che ha ricevuto la fiducia sulla legge di Stabilità”. I tempi e i modi della suddetta verifica saranno fissati nel colloquio tra il Capo dello Stato e il premier in carica che dovrebbe salire al Colle lunedì 2 dicembre. Dopo il lungo incontro tra Napolitano e la delegazione di Forza Italia – un incontro sollecitato con urgenza dai berlusconiani subito dopo il voto sulla decadenza – si è delineato il nuovo panorama politico-istituzionale del Belpaese post-Berlusconi, e i forzisti hanno minacciato una eventuale crisi di governo che, per ora, rimane un obiettivo da mancare sia sul fronte governativo sia sul fronte quirinalizio. “Abbiamo manifestato  la nostra ferma protesta” – ha affermato il capogruppo alla Camera Brunetta – per quanto è avvenuto ieri” nell’Aula di Palazzo Madama. Brunetta ha inoltre esplicitato: “Abbiamo chiesto al presidente della Repubblica che si apra la crisi di governo”.

Alla luce delle nuove manovre Napolitano ritiene ormai “improcrastinabile una riforma della struttura dello Stato”, non a caso dopo che Brunetta e i forzisti hanno precisato: “La piattaforma politico-programmatica che era alla base del governo delle larghe intese aveva la stessa maggioranza con cui si era avviato in Parlamento il percorso delle riforme istituzionali. Per i forzisti “un processo di discontinuità che coinvolge l’esistenza stessa del Governo non può non avere lo stesso tipo di influenza per quanto riguarda l’iter delle riforme”.

Il progetto di ingegneria istituzionale messo in piedi con il sostegno delle larghe intese è entrato inevitabilmente in crisi, e di conseguenza la doverosa riscrittura dell’architettura istituzionale – maggioranza compresa – è realmente messa in forse.

Al centro delle preoccupazioni di Napolitano – preoccupazioni condivise con i ministri Dario Franceschini (Rapporti con il Parlamento) e con Gaetano Quagliariello (Riforme) – continua ad esserci la riforma della legge elettorale che a breve (3 dicembre) dovrà superare l’esame della Consulta. Il Porcellum potrebbe essere ritenuto ‘incostituzionale’  – soprattutto a causa del premio di maggioranza – generando un’incertezza già di per sé imperante e minacciosa. Verrebbe messa così in discussione la legittimità del Parlamento tantoché a proposito di legge elettorale – come ha osservato Franceschini – “se il Parlamento non si muovesse il Governo potrebbe ricorrere a un disegno di legge”. Per ora il condizionale è comunque d’obbligo, e il gap creato dal un sistema di voto tutto da riformare rappresenta la gigantografia che mette a nudo le incongruenze assolute del sistema Italia. Un Paese diviso, in cui l’apparato politico non riesce a scrollarsi di dosso l’atmosfera da campagna elettorale permanente – con un Cavaliere ormai decaduto che però dà appuntamento alla sua folla l’8 dicembre per l’inizio della nuova campagna elettorale – e un Paese reale stretto nella morsa della crisi economica, per cui cresce la disoccupazione giovanile e si contano circa 2 milioni di giovani addirittura rassegnati di fronte alla mancanza di lavoro.

È assolutamente necessario mettere in moto una “exit strategy” agendo sul fronte delle riforme, una parola però di per sé vuota se non viene riempita di contenuti. L’obiettivo del Capo dello Stato è quello di instradare il Paese verso l’evocata Terza Repubblica, a patto che la Seconda sia decaduta. La Terza Repubblica dovrà essere caratterizzata dalle riforme politiche e istituzionali di cui il Paese ha bisogno e dal superamento chiaro del berlusconismo che, in fondo, attanaglia un po’ tutte le forze politiche assalite da un imperante leaderismo. I partiti dovranno per forza di cose recuperare la loro anima, la propria tradizione politica, le proprie radici culturali ed ideologiche, per tornare ad essere delle vere, sincere e costruttive palestre di discussione in grado di garantire un reale “sviluppo democratico” dello Stato, orientato al superamento dei limiti più che all’esasperazione delle divisioni.

Il nuovo “patto di programma per il 2014” che il Governo e il Parlamento (dal carattere di nuovo costituente) dovranno instaurare con il Paese reale prescinde da una nuova road map dell’esecutivo ma prescinde, necessariamente, anche da una nuova legge elettorale.

Serve “un profondo rinnovamento nella partecipazione politica” come ha ammonito il Capo dello Stato. Vanno infine contrastati quei fenomeni di mal costume istituzionale, “di inefficienza e di conseguente delusione e distacco che hanno finito con l’oscurare il senso più autentico della profondità e vitalità dello sviluppo democratico”. Fenomeni che hanno favorito, sempre più, l’allontanamento dei cittadini dalla politica e quindi dai loro rappresentanti. Per garantire al Paese il cambiamento sono necessarie riforme coraggiose e radicali, se non addirittura di rottura con le politiche degli ultimi 20 anni.

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