Alcuni fattori critici della democrazia in Italia – 1

Molti sono i fattori di crisi che inquinano la vita politica italiana e incidono persino sui principi di base del sistema democratico. E non occorrono molti sforzi per rendersene conto. Sono sotto gli occhi di tutti. La saggistica politica se ne nutre in abbondanza e i mezzi di informazione ne fanno uso quotidiano. Fattori che emergono alcuni in forma evidente ed altri vanno fatti emergere e posti alla superficie della nostra attenzione individuandone il ruolo non secondario nella configurazione delle funzioni che essi svolgono nella percezione della gravità della crisi.

Non è difficile rendersi conto che a turbare il processo di crescita della transizione del Paese verso una democrazia matura intervengono certamente a) il solco che separa la teoria critica di una visione politica con fondamento democratico e l’uso improprio che ne fanno i designati dal corpo sociale a realizzarla; b) la difficoltà a gestire correttamente il principio della maggioranza in rapporto collaborativo con i diritti della minoranza; c) la condizione ormai conflittuale del rapporto della giustizia con il cittadino e con i politici.

Tre motivi di una più vasta rassegna su cui occorrerebbe porre attenzione prima ancora di poter immaginare una terapia di risanamento di una società politica “malata”.

Il distacco tra teoria e prassi – Nella lunga esperienza di docente di filosofia morale, prima, e di filosofia politica, dopo, mi si è offerta spesso l’occasione di poter iniziare le conversazioni con gli studenti con due affermazioni di sapore apodittico: la riflessione che il filosofo presenta ai giovani interlocutori è di tale natura teorica da legittimare  l’aspirazione “utopica” ad uno Stato perfetto, dove l’organizzazione del potere segue il principio della razionalizzazione degli elementi in gioco, che possono svilupparsi a favore dell’interesse personale o di gruppo e/o a favore del bene comune.

Un tale assioma molto spesso sovrasta la attualità dell’azione politica fino a tradursi, in momenti di crisi, in strumento di legittimazione del “bene individuale”. Una teoria del potere che voglia salvaguardare lo schema democratico della sua organizzazione fattuale deve poter far coincidere il bene comune con quello individuale.

La storia delle teorie politiche ispirate a tale principio è dominata da una constatazione: tra teoria e prassi c’è un divario ricorrente motivato dal fatto che la sintesi non è automatica, come la teoria o la speranza potrebbe portarci a credere. Il tassello di congiunzione è nell’uso che gli uomini fanno di quell’istanza sapendo costruire mezzi e strumenti adeguati al progetto di una società così desiderata. Una capacità che si coltiva solo sul terreno della conoscenza (cultura) surrogata dalla coscienza (etica).

Se questo assioma si trasforma in uno strumento di analisi della condizione della vita politica del nostro Paese il risultato è la constatazione che all’origine della crisi c’è una deficienza di cultura e di eticità. Di qui il ritornello di saggisti politici e di comunicatori pubblici nel sentenziare il vulnus prevalente nella crisi della politica. Essi assommano in un’unica ragione della crisi, ormai endemica, della società politica l’instabilità economica con deficienza di cultura politica, che in questo caso si identifica con l’insufficienza di cultura economica, non nel senso di mancanza di sapere economico bensì nel senso di valutare l’azione politica dell’economia al di qua o al di là delle ragioni che presiedono al valore dell’azione economica rispetto al progetto politico che dovrebbe guidare l’azione di governo.

E’ in gioco, certamente, l’idea che l’ economia sia un corpo di principi formali che operano nel cuore dell’azione economica in autonomia rispetto al progetto politico. E’ di fatto su questa convinzione che nasce e si afferma l’ economia liberista: una teoria che trova opposizione in una teoria sociale dell’ economia che all’azione economica collega l’accortezza di un riferimento politico e/o progettuale che solo la cultura politica, la politica, può offrire.

La cultura senza politica è vuota, la politica senza cultura è cieca, un aforisma che può essere integrato con quest’altro, non diverso ma connesso: l’economia senza politica è cieca, la politica senza economia è vuota. La traduzione dell’istanza di congiunzione in efficienza è opera della preminenza su di esse della cultura, che non è astrazione ma concretezza sociologica e antropologica. Questa istanza ove è disattesa rende sterile la politica, la priva di un sostegno etico nei fini e nei mezzi.

Connesso con il tema della mancanza di una cultura politica quale origine della crisi c’è l’altro paradosso che concerne una teoria democratica dello Stato sia nella forma  “diretta” che in quella “rappresentativa”.

La dittatura della maggioranza – La democrazia nella sua funzionalità è numero, vale a dire che funziona partendo dal risultato di un gioco numerico dove il diritto di governare è conseguente ad un risultato di un confronto espresso in valore di numero, dove 2 vale più di 1, un 2 che, in quanto tale, acquisisce il diritto di governare assumendo per sé i benefici di rappresentare una maggioranza di fronte all’1 che subisce il ruolo di minoranza.

Tutto ciò che segue in un sistema di governo democratico è la traduzione in prassi di governo dell’assioma fondante il sistema. Sancita formalmente la diade maggioranza-minoranza nessuno può disconoscerne la legittimità; la critica può funzionare e incidere sulla struttura diadica dell’atto costitutivo del sistema democratico prima del confronto tra i contendenti che, nella gara a posizionarsi nella condizione del vincitore (2), lavora sul consenso dei partecipanti. A risultato testato resta per 1 il rammarico di non essere riuscito a convogliare il consenso di uno del 2 per avere così la maggioranza.

Ai fini della validità del risultato conta poco se i 2 sono poco coscienti del voto che esprimono mentre l’1 ha un grado di cultura politica particolarmente sviluppata. E’ evidente che in una maggioranza nata da un consenso carente di coscienza politica la gestione del potere è sottoposta a rischio: per esempio, uno dei rischi più pericolosi per la vita del Parlamento è la “tirannide della maggioranza” di tocquevilliana memoria che agirebbe a favore del 2 con il disconoscimento dei diritti dell’1 (minoranza).

Un fenomeno che noi riscontriamo in modo subdolo nel potere dell’ultimo governo della maggioranza di destra. Si è imposta una forma di gestione del mandato parlamentare governato da una maggioranza, con programmi lesivi del ruolo della minoranza, facendo con ciò  perdere alla nozione di maggioranza parlamentare il suo significato storico gettando alla deriva la democrazia  (Stefano Rodotà, 18 aprile 2011).

La domanda che dobbiamo però concretamente porci è: fin dove una maggioranza può spingere il diritto di legiferare, conquistatosi con il  consenso popolare? Quali sono i diritti che la minoranza può avanzare con una efficacia tale da limitare la tirannide della maggioranza? Domande complesse su cui la scienza politica si esercita quotidianamente e ancor più oggi che la democrazia, come sistema di governo, dà segni evidenti di crisi e la sua gestione rivela una evidente incapacità di salvaguardia dei principi basilari di un sistema democratico.

Trattasi di una questione che può trovare una risposta sintetica ed efficace facendo ricorso al buonsenso: occorre che a governare sia una maggioranza sana, eticamente alimentata e culturalmente forgiata; e ciò è possibile se i 2, la fonte della formazione di una maggioranza, hanno una cultura politica adeguata alla funzione che essi dovrebbero esercitare nel sistema democratico. Certo si tratta di un processo di formazione culturale lento non attuabile nell’occasionalità di un appuntamento elettorale, realizzabile invece con i focolai di cultura che la scuola e i mezzi di comunicazione (vecchi e nuovi) offrono al cittadino.

Se questo suggerimento serve poco nel presente immediato aiuta però a cogliere la natura della crisi della democrazia italiana. Una deficienza di cultura politica aleggia come ragione della crisi assieme ad un altro sintomo preoccupante: il conflitto ormai permanente tra giustizia (magistratura) e politica (politici). [segue]

[NdR – L’intervento è apparso in forma integrale sulla Rivista mensile di cultura “Tempo presente” (n. 385-388 gennaio-aprile 2013). Nei prossimi giorni pubblicheremo la seconda parte dell’articolo]

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