Putin e la Bielorussia

La politica estera di Putin, praticamente dal suo accesso al potere, è stata diretta a restituire alla Russia il suo rango di superpotenza e ricostituire, non tanto l’URSS dei vecchi tempi, basata sull’ideologia marxista e sulla dominazione del PCUS, quanto l’antico impero zarista. Poco a poco, ci sta riuscendo, anche se non potrà mai ricalcare i  confini del vecchio impero, che comprendeva l’intera Ucraina e un buon pezzo di Polonia. Se non si ha in mente questo obiettivo, non si comprendono mosse come l’annessione della Crimea e il controllo del Donbass (Ucraina orientale), né i tentativi contro la Georgia o la dipendenza economica imposta alle Repubbliche islamiche come l’Azerbaijan. È un obiettivo di medio-lungo termine, difficile da realizzare al 100%, ma Putin è un giocatore di scacchi, abile e paziente e il tempo se lo è dato riuscendo a prolungare senza limite il mandato presidenziale. E la Bielorussia (un tempo chiamata “Russia bianca”) é un pezzo strategicamente importante di questo gioco. `

La situazione in quel Paese rischia di uscire di controllo senza un aiuto (cioè in pratica un intervento militare) russo. Finora Putin ha giocato un doppio gioco: ricordando l’obbligo russo, per i trattati tra le ex-Repubbliche sovietiche (una specie di Santa Alleanza del XXI Secolo), di difendere la sicurezza della Bielorussia, ma ritardando l’intervento al momento in cui la situazione si dimostrasse incontrollabile, cioè se i manifestanti attaccassero od occupassero gli edifici del governo e altri edifici pubblici. Personalmente, ritengo che il Presidente russo aspetti il momento in cui Lukashenko sia davvero alla disperazione, per farsi pagare un prezzo molto alto, quale il rientro delle residue resistenze del dittatore di Minsk a una maggiore integrazione; ovvero, se vedesse la situazione insanabile, a negoziare una transizione che assicuri l’arrivo al potere di dirigenti filorussi.

Tutto questo è da manuale di politica estera, che Putin conosce e pratica alla perfezione. Aggiungiamo che l’unica remora (non necessariamente efficace) sarebbe una reazione unica e compatta dell’Occidente, ma Putin sa bene che questa è estremamente improbabile. Non saranno certo gli Stati Uniti di Trump ad aprire un fronte di ostilità alla Russia. Gli europei, Germania compresa, non ne hanno né la volontà né la forza, preoccupati come sono di salvaguardare normali rapporti con Mosca. Proprio in questi giorni, la Merkel è sotto pressione perché fermi il progetto di gasdotto Russia-Germania come reazione all’avvelenamento dell’oppositore Novalni, ma è comprensibile che esiti molto, vista l’importanza delle somme già spese e dell’interesse in gioco per il futuro energetico e l’economia della Germania.

Resta la coraggiosa e generosa resistenza di una massa di abitanti della Bielorussia, che devono lottare con un apparato repressivo formidabile, rischiando spesso la libertà o la stessa vita. Ma è una triste realtà alla quale dobbiamo sempre più abituarci, specie se gli USA continuano ad abdicare dal ruolo di guida dei nostri valori.

Quanto agli Europei, la sola lezione che è possibile trarne è che, in un mondo sempre più dominato da forze brutali, saremo schiacciati se non ci uniamo sempre di più.

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