L’accordo di Singapore

È facile vedere nell’accordo raggiunto da Trump e da Kim Jong-Un il bicchiere mezzo vuoto  (o mezzo pieno, secondo come lo si guardi.) I critici del Presidente americano hanno buon gioco nel rilevarne la mancanza di contenuti specifici e di impegni verificabili e non vi è dubbio che i quattro punti dell’intesa abbiano un carattere del tutto generico. La stampa “liberal” negli Stati Uniti lo ripete ogni giorno. Io credo che sia un rilievo giusto, ma che non diminuisce la portata dell’evento. Ricordiamo che Stati Uniti e Corea del Nord erano, tecnicamente, in guerra dagli anni ‘50, che il dittatore nord-coreano aveva spaventato il mondo (non chi scrive, che ha sempre creduto in un bluff) con i suoi esperimenti missilistici e nucleari e che fino a pochi mesi fa la sola comunicazione tra Washington e Pyongyang era a base di insulti reciproci e grossolani. In questo contesto, l’incontro di Singapore costituisce un innegabile e straordinario progresso. Segna una sorprendente trasformazione della linea nord-coreana, ma anche il pragmatismo di Trump, personaggio privo di qualsiasi remora ideologica o morale, pronto quindi a stringere la mano al peggiore e più sanguinario dei dittatori se questo gli conviene.

Ho letto acute analisi su chi abbia più guadagnato dall’incontro. È facile rilevare che i vantaggi maggiori li ha portati a casa Kim Jong-Un: ha ottenuto il riconoscimento della superpotenza USA e la promessa importantissima di abolire le esercitazioni militari congiunte USA-Corea del Sud. Notiamo anche che l’impegno alla denuclearizzazione riguarda l’intera Corea, ciò che implica il ritiro di armi nucleari, sia tattiche che di medio e largo raggio, degli Stati Uniti, lasciando il confronto tra le due Coree alle sole forze convenzionali, per le quali il rapporto di forze è quantomeno incerto. Probabilmente il Nord avrà anche qualche vantaggio economico, per dare un respiro alla sua economia in asfissia e rafforzare il regime.

Kim può anche presentarsi al suo popolo come un vero eroe. Tutto questo in cambio di un impegno, ovviamente da verificare, di rinunciare al nucleare militare, a priori quasi impossibile da usare contro un nemico capace di raderti al suolo, come l’America, e forse anche impraticabile per ragioni finanziarie e tecniche. Anche Trump però può cantare vittoria: è riuscito a disinnescare una crisi che poteva sfuggirgli di mano e ad accreditarsi come un uomo di pace ma anche, ed è forse quello che più gli sta a cuore, come un formidabile giocatore di poker politico.

È giusto dire che si tratta per ora solo di un primo passo. La strada da fare è lunga e non priva di ostacoli. Occorrerà vedere fino a che punto la Corea del Nord compirà un impegno per ora soltanto generico e se accetterà le verifiche, forzatamente invasive, di cui ha parlato il Segretario di Stato Mike Pompeo. Bisognerà anche vedere come reagiranno gli alleati, Corea del Sud e Giappone e, soprattutto, come passerà l’accordo negli ambienti militari e di intelligence degli Stati Uniti.

Ma un primo passo è meglio di niente e, da diplomatico di lungo corso, devo dire che parlarsi è sempre meglio che scambiarsi missili o bombe.

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