Avvocati, tra pubblicità e deontologia

Il recente disastro ferroviario a Milano tra le altre reazioni, commenti, polemiche, ha toccato anche il mondo forense. Uno studio legale della zona ha pubblicato nell’imminenza del fatto, un annuncio in cui pubblicizzava i propri servizi, altamente qualificati, per ottenere il “giusto risarcimento dai responsabili dell’accaduto”. In teoria, tutto giusto, ma sul metodo utilizzato vi è molto da dire e ridire, specialmente considerato che veniva fornito addirittura un numero verde e il pagamento solo a risarcimento del danno ottenuto. La Rete si è scatenata e specialmente gli avvocati hanno alzato la loro voce contro lo studio che ha rimosso il post; ma ormai era troppo tardi. Accuse non solo di mancanza di professionalità e deontologia professionale, ma addirittura di sciacallaggio

Questo episodio si caratterizza per la sua macroscopicità ma, andando semplicemente in giro sulla Rete, ci si imbatte facilmente in offerte di prestazioni legali a titolo gratuito e pagamento al buon esito per sinistri stradali e, la più gettonata del momento, responsabilità medica. Decine di CAF, enti e associazioni a tutela di malati, cittadini, vittime della malasanità, garantiscono assistenza legale gratuita.

Fare pubblicità per gli avvocati non è vietato o illecito, purché ciò venga fatto nel rispetto non solo della vigente normativa, ma anche con quei principi di decoro, dignità e deontologia che si presume debbano caratterizzare una professione il cui ruolo è quello della difesa della legge e dei cittadini. Prescindendo dalla facile ironia di matrice americana, che vede gli avvocati come squali, o dire come Totò, che se un avvocato difende i ladri è perché “sa com’è… tra colleghi”, la professione forense è tra quelle che, oggi, vivono direttamente crisi e recessione, oltre che una concorrenza ai limiti dello spietato, al punto di generare offerte come quella relativa al sinistro di Milano o a quella di voler fare causa a tutti i costi a un medico o a una struttura sanitaria (per il tramite di un’associazione o CAF, ma sempre un avvocato deve portare avanti la causa) inducendo il cliente a credere in chissà quali risarcimenti. A proposito, sembra che le cause per responsabilità medica andate a buon fine siano meno del dieci per cento di quelle intentate, con solo due conseguenze: l’appesantimento dei ruoli nei tribunali e l’aumento sproporzionato dei costi per le assicurazioni professionali dei medici, costi che vengono poi riversati sull’utenza.

In tutto ciò alcuni (forse molti, comunque troppi indipendentemente dal numero) avvocati non sono immuni dal contribuire all’aggravamento complessivo della situazione. La deontologia da sola dovrebbe bastare ad imporre una pubblicità trasparente, veritiera, corretta e non comparativa, come richiede la norma, oltre che non ingannevole, denigratoria e suggestiva. L’opposto di ciò che è avvenuto negli esempi citati, che sembrano riecheggiare racconti non troppo da film in cui zelanti legali e i loro collaboratori si recano in ospedale a far firmare mandati in bianco da chi non è ancora uscito dal pronto soccorso.

Oggi l’avvocato può farsi pubblicità e, in tal senso, i siti professionali, anche di importanti studi, presentano l’attività svolta, i titoli, le specializzazioni nel rispetto della correttezza dell’informazione e delle specializzazioni dell’avvocato; è stato sanzionato l’uso di titoli specialistici non conseguiti o il fornire informazioni generiche. Allo stesso modo, per tutelare il decoro della professione, non è consentita la pratica, fin troppo pubblicizzata, delle consulenze gratuite, proprio per salvaguardare il decoro della professione. Lavorare gratis è altamente sconsigliato.

Ma basta andare ancora in giro in internet per scoprire come questa prassi sia diffusa e, anche qui, non poche società o enti offrano per i loro iscritti la prima consulenza gratis di un legale altamente qualificato.

Possiamo però affermare che una normativa volta a disciplinare la pubblicità degli avvocati esiste ma – in una situazione di fin troppo libera concorrenza ed in cui la perdurante crisi della giustizia, con tempi biblici, si aggiunge a quella economica che suggerisce a chiunque di non rivolgersi ai tribunali – è forte la tentazione di aggirarla o, perlomeno, forzarla.

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