L’offesa al Capo dello Stato, un reato dimenticato

L’ignobile Matteo Salvini, riferendosi a una frase del Presidente Mattarella sull’abolizione delle frontiere, ha gravemente offeso il Capo dello Stato. Lo ha fatto in forma che aggrava ancora l’offesa. Ha detto infatti “se lo ha detto da sobrio, allora è complice o venduto”, ipotizzando cioè che il Presidente possa parlare da ubriaco. Lasciamo stare il fatto che Mattarella si riferiva, con ogni evidenza, all’abolizione delle frontiere che permette ai nostri vini di essere liberamente esportati. Non è questo il punto (anche se a molti commentatori questo sfugge). Se anche il senso della sua frase fosse quello che Salvini le attribuisce (l’apertura delle frontiere agli immigrati), si potrebbe naturalmente dissentire dall’opinione  del Capo dello Stato (anch’io in parte dissentirei),ma  non si può  insultarlo tacciandolo di “complice” e “venduto” (di chi? a chi?). E non per una questione di buona educazione o di civiltà politica, che sarebbe inutile chiedere a chi, come il capo della Lega (ma non è il solo) ha introdotto un costume di volgarità, diffamazione e  insulto come elementi abituali della nostra politica e l’ha degradata a un livello da taverna.

No. Insultare il Capo dello Stato è un reato previsto dalla Legge. L’art. 278 del nostro Codice Penale recita infatti: “Chiunque offende l’onore e il prestigio del Capo dello Stato è punito con la reclusione da uno a cinque anni”. Punto. Senza sì e ma, senza attenuanti, senza richiami alla libertà di opinione e alle sue manifestazioni, che ovviamente in una democrazia vanno strenuamente difese,  ma non possono sconfinare nell’insulto. La  giurisprudenza ha molto discusso sui limiti e le caratteristiche dell’insulto rispetto alla normale espressione di un’opinione, spesso con criteri restrittivi, che però sono stati corretti da una sentenza della Corte Costituzionale. Ma in questo caso non sono permessi dubbi interpretativi. Dire che il Presidente sbaglia a invocare l’abolizione delle frontiere è lecitissimo. Dire che è “complice” o, peggio ancora, “venduto” costituisce una chiarissima offesa, punibile per legge e a mio avviso meritevole del massimo della pena prevista dal Codice (cosa si può dire di peggio che “venduto”? Ladro, stupratore, assassino?).

Dalla maggioranza e da SEL si è levato il prevedibile coro di indignate deplorazioni e proteste, funzionale alla lotta politica in corso ma in fin dei conti irrilevante. Chi deve parlare è la Giustizia. Il reato previsto dall’art. 278 è perseguibile d’ufficio, non a querela di parte (come, ad esempio la diffamazione). Non richiede una denuncia da parte dell’interessato. Capisco che il Presidente della Repubblica (come già fece Napolitano rispetto a gravissimi insulti grillini e berlusconiani) preferisca non  proteggersi per le vie legali. Lo capisco, ma non lo condivido: onore e prestigio non appartengono a Sergio Mattarella ma al Capo dello Stato, che rappresenta la Nazione e quindi a tutti gli italiani. Sono un bene di cui il Presidente pro-tempore è semplice custode. Ma, insisto, perseguire un reato non dipende da lui. È dovere di qualsiasi Procura della Repubblica che si ritenga competente. I Giudici furono abbastanza solerti nel punire Sallusti, il cui giornale aveva diffamato uno di loro. Si trattava di difesa corporativa. Ora proteggano le nostre istituzioni piú alte.

Lo so, qualcuno obietterà che processando Salvini, e magari condannandolo al carcere, se ne fa una specie di martire. Agli occhi di quattro scalmanati della sua risma forse sì, ma credo proprio che la grande maggioranza delle persone perbene chieda che si ristabiliscano i limiti di quella che deve essere una corretta dialettica politica. Moltissimi anni fa, Giovanni Guareschi, allora direttore di un settimanale di destra molto diffuso, il Candido, e popolarissimo autore della saga di Peppone e don Camillo, pubblicò una presunto diario di De Gsperi in cui si ammetteva che l’allora Presidente del Consiglio avrebbe diretto nella clandestinità i bombardamenti americani su Roma. De Gasperi sporse querela, non preoccupandosi di creare martiri. Il diario si dimostrò un volgare falso, Guareschi fu condannato e, da galantuomo qual’era, volle scontare la pena in carcere. Di recente, Renzi ha annunziato che il PD querelerà Grillo per l’accusa di aver preso soldi dai petrolieri (la querela è partita? Spero di sì, se no sono solo chiacchiere). Chi tutela il Capo dello Stato, che rappresenta qualcosa di ben superiore a un Presidente del Consiglio o a un partito politico?

Perché scrivo tutto questo? Penso davvero che la bava di un Salvini possa scalfire l’onore e il prestigio del Presidente Mattarella? Ma per carità! La gravità dell’offesa non può che essere rapportata alla qualità della persona che la compie, che in questo caso è zero. E il nostro Presidente gode di rispetto e popolarità vastissimi. No. Mi preoccupa e mi duole, da vecchio servitore dello Stato, l’imbarbarimento che si riflette nel linguaggio e nei costumi della nostra vita politica. E penso che le Istituzioni vadano difese perché sono un bene di tutti e che la Legge vada sempre applicata. E che sia tempo che chi insulta, diffama, calunnia, paghi per quello che fa.

Mi sia permesso di chiudere questa nota con un appello ai parlamentari dell’Area Popolare, che tengono alle Istituzioni e al loro prestigio e rispettano Sergio Mattarella per la sua origine e le sue convinzioni: se nessun PM si muove, presentino un’interrogazione al Ministro della Giustizia per chiedere conto di questa colpevole omissione.

©Futuro Europa®

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