Cristiani e armeni

Domenica scorsa, ricevendo il Patriarca armeno, il Papa ha aperto un fronte di polemica con la Turchia ricordando che quello degli armeni è stato “il primo genocidio del XX secolo”. Difficile dargli torto sul piano storico. La mia generazione ha letto un libro fondamentale e bellissimo, “I quaranta giorni del Mussa Dag”, che ricorda in modo straordinario l’odissea degli Armeni perseguitati e alla fine in buona parte massacrati dai Turchi. Difficile però è capire perché il Pontefice abbia voluto rispolverare un evento, tragico finché si vuole, ma vecchio di un secolo.

I genocidi del Novecento sono stati tanti, e alcuni peggiori, come quello degli Ebrei, o dei Cambogiani a opera di Pol Pot, per non parlare del massacro dei Kulaki sotto Stalin, o di tante tribù africane, e infine dei musulmani di Bosnia e dei Kossovari. Quello degli Armeni è ormai un lontano ricordo. Ora essi hanno una loro patria indipendente, l’Armenia, nel mondo più nessuno li perseguita. Perché riaprire una ferita che va invece sanata? Perché offendere un Paese musulmano ma nel fondo laico e moderato, amico dell’Occidente e membro della NATO, come la Turchia, un Paese che combatte il separatismo curdo ma non risulta perseguitare nessuna delle sue minoranze religiose? Confesso che non lo capisco. E lo capisco ancora meno considerando l’estrema prudenza con cui la Chiesa, e prima di tutti il Papa, tratta di solito i rapporti con l’Islam.  una prudenza tale che, di fronte al genocidio, questo sì attuale, dei cristiani in Africa e nel Medio Oriente, fanno sì che il Pontefice, pur denunciandolo con parole accorate, continua a rifiutarsi di chiamare con il suo nome il carnefice, cioè il fanatismo islamico oggi rappresentato  dall’ISIS, da Bobo Hakram e da Al Shabah.

Domenica scorsa, Papa Francesco è tornato sul problema, ma ha evitato quel “dovere di chiarezza” che, invece, ha invocato per il caso armeno. Nessuna indicazione dei colpevoli, ma di nuovo indignazione per il “silenzio complice”, l’indifferenza della Comunità internazionale. Come se questa, e non chi uccide, viola, distrugge. Fosse la vera colpevole del martirio dei cristiani (e di altre minoranze religiose).  E troppo spesso, voci nella stessa Chiesa (a specchio del buonismo di una parte della sinistra) avallano il rifiuto a riconoscere che l’Islam militante non è un fenomeno marginale occasionato dalle deficienze culturali delle società occidentali o dalla politica degli Stati Uniti, dell’Inghilterra o della Francia, ma un movimento autoctono, nato su radici di fanatismo religioso e che si rafforza ogni giorno minacciando ormai il mondo intero. La speranza, o l’illusione, che sottende questa posizione è che la maggioranza dei musulmani, impressionata dalla buona volontà degli occidentali, si rivolga contro gli yihadisti. Ma temo che questa sia una strategia controproducente. Il fanatismo si alimenta anche nella presunta debolezza dell’avvesario e fa proseliti tra gente affascinata dalla violenza e dalle sue promesse di vittoria finale. Se qualcuno minaccia di uccidermi, non serve cercare di convincerlo con un appello ai buoni sentimenti.  E “dialogare”, offrire compensazioni, può servire a una qualche tregua ma, infallibilmente, spinge il colpevole e riprovarci.

Temo che l’offensiva contro cristiani, yazidi, indù e altre minoranze si farà sempre più brutale finché non si scontrerà con una forza superiore. Se il Papa e i dirigenti occidentali continuassero a comportarsi come se non vi fosse altra alternativa che tentare di pacificare il nemico persuadendolo della nostra volontà di dialogo e di pace, e magari offrendo in contropartita benefici politici e leggi che vietino “l’islamofobia”, temo che il fenomeno non farebbe che estendersi, magari anche a casa nostra.

Il Papa non dispone di divisioni,  come notò ironicamente Stalin. Ma dispone di un’influenza morale e quindi politica enorme. Non gli si chiede di predicare una nuova Crociata, o una “guerra santa” al rovescio. Gli si chiede di additare chiaramente il carnefice, magari facendo una chiara distinzione tra l’Islam e il fanatismo estremista, e chiedere con forza e autorità al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (non a una vaga e indefinita Comunità internazionale) di intervenire a difesa dei perseguitati con il solo mezzo valido, la forza delle armi.

Tutto il resto, altrimenti, resta nel campo delle pie, nobili e inutili intenzioni.

©Futuro Europa®

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