Cronache dai Palazzi

Un Paese più semplice e più moderno. È questo il progetto ambizioso che il nuovo Governo si propone di portare avanti iniziando dal taglio delle Province.

Al di là della propaganda governativa il nuovo esecutivo voleva “dare un segnale” e il taglio alle spese della politica (anche se si tratterebbe di soli 800 milioni di euro) comincia a produrre i suoi effetti cercando di ricucire la ferita con un’opinione pubblica delusa. Il governo procederà poi con i tagli degli stipendi dei manager pubblici più pagati e ribadisce la necessità di superare il Senato rivisitandone costi e funzioni; quest’ultima sembra essere però la riforma più controversa che difficilmente si potrà portare a termine prima del 25 maggio. Napolitano, a sua volta, ricorda che “la spending review dovrebbe intervenire con capacità selettiva” e un “ordine di priorità”, un “principio sacrosanto” che il premier afferma di condividere “totalmente”.

Renzi conta di ottenere alcuni risultati concreti prima delle Elezioni Europee – l’approvazione della riforma del Senato in prima lettura e l’approvazione definitiva della legge elettorale – perché sarà quello il palco sul quale consolidare la credibilità del suo governo che, privo della legittimazione popolare, aspira comunque a varcare il termine della legislatura.

La voglia di cambiamento, l’ostilità nei confronti della classe politica – in sostanza “lo spread drammatico tra le istituzioni e i cittadini”, come lo ha definito il premier – che serpeggiano nel Paese rappresentano degli aut aut che impongono di scavalcare, quando è necessario, sia le mediazioni con i partiti (anche alleati) sia le trattative con i sindacati e gli imprenditori, bollati tutti come “palude” qualora si rivelino ostili a qualsiasi mossa orientata a scardinare il vecchio sistema.

Nel frattempo Renzi accoglie Obama a Roma e cerca nel presidente degli Stati Uniti una sponda capace di fornire un respiro internazionale al suo esecutivo, rimarcando il rapporto di amicizia e di partnership con gli Usa, discutendo di Ue, sicurezza, Russia, temi economici e Jobs Act. Il presidente Barack Obama dimostra nel contempo il suo apprezzamento per le riforme strutturali messe in campo dal nuovo Governo italiano e annuncia la partecipazione degli Stati Uniti all’Expo 2015 di Milano. Matteo Renzi definisce Barack Obama “un modello da emulare”, “una fonte di ispirazione”; sottolinea l’esistenza di “valori e ideali comuni” da difendere e, mutuando lo slogan”yes, we can”, afferma: “Finalmente possiamo dire che è possibile cambiare le cose” anche in Italia.

Il presidente statunitense sottolinea l’energia e l’entusiasmo del giovane premier italiano anche se per cambiare il Paese, vittima di una crisi devastante, occorre ben altro. Come ha sottolineato Obama a Palazzo Madama “chi gode della globalizzazione è ai vertici, ma chi è in mezzo ha sempre più problemi”. Ecco perché occorre “raddoppiare gli sforzi per educare i giovani e fornire competenze per il lavoro”.

Con papa Bergoglio il presidente Obama ha discusso, non a caso, di giustizia sociale sottolineando la necessità per i politici “di affrontare i problemi, perché il pericolo è l’indifferenza e il cinismo quando si tratta di aiutare chi è meno fortunato”. Obama ha inoltre rimarcato il proprio impegno per difendere la libertà di culto.

Per il presidente statunitense Giorgio Napolitano è invece “a man with a long standing service”, in pratica “un uomo di Stato forte che aiuta il Paese in momenti così difficili”. Napolitano è una garanzia di stabilità, un interlocutore affidabile e di vasta esperienza in un’Italia che brucia molto facilmente i suoi premier.

Per l’Unione europea, invece, le parole non sono state morbide. Il dibattito in Europa tra “crescita e austerity è un dibattito sterile – ha affermato Obama – le finanze pubbliche devono essere in ordine ma più si cresce e più i conti sono in ordine”. La crescita europea “va ancora al rallentatore” e la disoccupazione è ancora troppo alta, anche se la moneta unica appare più stabile rispetto al passato. In questo contesto il presidente statunitense ha affermato di sostenere Matteo Renzi nello sforzo di rendere meno rigida la gabbia delle regole Ue. “Ho vissuto l’Europa dell’austerità – ha dichiarato Obama – ma penso che ora si possa cambiare qualcosa. Va bene la stabilità finanziaria, va bene il controllo del debito, ma tutto ciò può essere coniugato con la crescita”. Se il progetto di riforme messe in campo dal premier italiano “avrà successo in Italia – sostiene Barack Obama – potrà essere un modello per l’Europa. E si potrà aprire una nuova stagione”.

Matteo Renzi ha illustrato ad Obama le riforme istituzionali; il suo “JobsAct”; la riforma della pubblica amministrazione e il progetto di semplificazione della macchina burocratica; la riforma elettorale. Ha spiegato di aver “appena tagliato 3.000 politici” con l’abolizione delle Province. “Hai fatto la cosa giusta” è stata la risposta di Obama che ha aggiunto: “New generation, new blood”. ”Siete pronti per cambiare”, è questo lo slogan del presidente Usa che per l’Italia (e di rimando per l’intera Europa) auspica “una politica che punti a creare nuovi posti di lavoro”.

Infine la spina più dolente, la Difesa, che Obama affianca alla difesa della libertà. “Condivido il pensiero del presidente Obama – ha sottolineato Renzi – quando dice che la libertà non può essere considerata gratis, non possiamo lamentarci del dolore del mondo se non ce ne facciamo carico. Per questo l’Italia ha sempre fatto la sua parte negli anni con grande dedizione e impegno”. Il premier italiano ha comunque evidenziato la necessità di verificare i propri budget “per evitare gli sprechi” mentre Obama, rimarcando il gap tra le spese di Difesa Usa ed europee in seno alla Nato, ha ribadito che ognuno deve fare  “proporzionalmente” la propria parte perché “c’è un impegno irriducibile che i Paesi devono avere se i Paesi vogliono essere seri nell’alleanza Nato e nella Difesa”.

In definitiva un Paese più semplice e più moderno è un progetto talmente ambizioso che richiede molto di più del taglio delle Province. Renzi è consapevole che le sue “sono scelte difficili, che verranno contrastate”, come ha fatto presente al presidente degli Stati Uniti, il quale ha dimostrato di non disconoscere le nostre vicende di politica: “So che da voi ci sono resistenze, come da noi”. A proposito di resistenze, per quanto riguarda le riforme istituzionali (Senato in testa) Linda Lanzillotta suggerisce a Matteo Renzi di “non farsi prendere da furori demagogici o improvvisazioni costituzionali” e sottolinea il timore dei senatori di Scelta civica, “che non si acceleri sulle riforme per contenere Grillo alle Europee”. Altrettanto evidente  è il disappunto manifestato dal Nuovo centrodestra che ha già stilato un documento critico. “Noi vogliamo contribuire con un atteggiamento costruttivo e non dilatorio – ha dichiarato il capogruppo Renato Schifani – ma sulla velocità sarei più prudente, bisogna lasciare spazio al dibattito”. Schifani scongiura “un percorso accidentato delle riforme” che si rivelerebbe “pericoloso per il Governo”. Il voto di fiducia, infine, “sarebbe uno strappo che nessun Governo ha mai realizzato su una modifica costituzionale”.

L’energia di Renzi sembra comunque inarrestabile. Il premier in carica è convinto che “l’Italia deve continuare a fare sogni più grandi di quelli che ha fatto finora” e il suo nuovo slogan è “costruire il nostro futuro” con la stessa forza con cui si è costruito l’immenso patrimonio artistico, patrimonio di estrema bellezza, di cui l’Italia è depositaria e custode.

©Futuro Europa®

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2 Comments

  • se il M5S e Fare per fermare il declino, concordano sul fatto che in realtà le province escano dalla porta e ritornino dalla finestra, sotto forma di poltrone per i politici, forse qualche fondamento c’è e occorre chiedersi se si tratti veramente di abolizione delle province o di mera propaganda politica. Poi, tutti i vari “faremo” et similia…. vorrei leggere invece “abbiamo fatto” sperando che non si tratti di disastri. Sarà mai possibile ciò?

    • Abbiamo riferito in un nostro resoconto subito dopo il voto di fiducia del Senato (v. articolo) le perplessità espresse da autorevoli esponenti della stessa maggioranza.

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