Italicum, l’impronta del Cavaliere

L’Italicum passato alla Camera non é una buona legge. Lo si giri come si vuole, ma trasformare una minoranza del 37% in maggioranza assoluta è una truffa di dubbia costituzionalità. Altrettanto dubbio è l’aver mantenuto le liste bloccate. E totalmente antidemocratico è aver fissato soglie di sbarramento tanto alte da cancellare con un tratto di penna milioni di elettori.

Il pretesto invocato per giustificare queste forzature  è la governabilità. Con l’Italicum, si dice, la sera delle elezioni sapremo chi ha vinto e chi governa. La maniera di ottenere questo risultato in maniera limpida, non truffaldina, però c’era: il sistema francese dell’uninominale a doppio turno. Con la legge attuale, può accadere che chi ha la maggioranza nel Parlamento non ce l’abbia nel Paese (in effetti, gli può capitare di governare contro la volontà e il sentire del 63% degli italiani). Per cui è da augurarsi che nessuno raggiunga il 37% e si vada al ballottaggio. Almeno allora, con la pistola puntata alla nuca, gli elettori dovranno scegliere tra i due poli e chi vincerà potrà dire di avere il 50+1 dei votanti.

Così com’è, la legge porta l’impronta di Berlusconi. C’è il trucco delle tre carte già attuato col Porcellum. C’è la volontà di imporre i propri candidati senza lasciare agli elettori la scelta. La soglia di sbarramento  nella misura prevista è una vendetta contro il NCD. Il PD era partito sostenendo il doppio turno alla francese o la variante del Mattarellum, aveva proclamato di volere le preferenze e sulle soglie di sbarramento aveva avanzato numeri più ragionevoli. Perché Renzi ha accettato i diktat berlusconiani? Certo, il premio di maggioranza è un vantaggio per lui se pensa che il PD possa essere il primo partito; ma lo stesso risultato l’avrebbe avuto con il doppio turno. Certo, si può pensare che le liste bloccate facciano comodo anche a lui, per scegliersi gente che non faccia la fronda, ma lui stesso ha annunciato di voler ripetere le primarie. Certo, le soglie di sbarramento eliminano i partitini che fanno concorrenza al PD sulla sinistra (e infatti Vendola strilla), ma per questo sarebbe bastata una soglia di sbarramento al 5 o 6%. La soglia del 12% non serve a Renzi, perché nessuna coalizione di sinistra potrà mai avvicinarsi a quel limite. Serve invece a Berlusconi, perché FI è insidiata da un Centro che può contare su una discreta fetta di elettori. La prova? Perché il 12 e non il 10%? Ma perché al 10 c’era arrivata lo scorso anno la Lista Monti. Se dai sondaggi fosse risultato che il Centro, nel suo insieme, può superare il 12%, FI avrebbe chiesto una soglia del 15. Ma Renzi voleva dimostrare subito di poter cambiare le cose, di avere risultati e il suo pragmatismo l’ha avuta vinta sui principi. In più, quando ha siglato l’accordo col Cavaliere   aveva come obiettivo di arrivare nel giro di qualche mese alle elezioni, a cui era impensabile andare con la proporzionale secca. Poi è andato a Palazzo Chigi ed ora parla di elezioni nel 2018. C’è ancora tanta fretta? Ma oramai lui è intrappolato nell’impegno preso e magari non gli dispiace avere in mano la possibilità di elezioni per tenere in riga gli alleati (i quali però hanno rivoltato le carte ottenendo di collegare la legge elettorale alla riforma del Senato, in modo da assicurarsi un buon periodo di respiro).

Ma tutto questo ormai è speculazione. Ora la legge si trasferisce al Senato, dove si annuncia una navigazione difficile. Alfano e tutto il Centro annunciano modifiche. Su quali punti? Reintrodurre le preferenze è una battaglia di democrazia che fa onore a chi la combatte, ma temo sia senza speranza. Se anche il Senato la votasse, la norma dovrebbe tornare alla Camera e saremmo  a capo a dodici. La “parità di genere” è stata bocciata, soprattutto per l’opposizione di FI ma non senza la collusione di molti democratici (è ovvio, i maschietti  vedrebbero insidiate le loro poltrone se dovessero cedere per legge metà dei posti al gentil sesso). E tuttavia, assicurare una forte presenza femminile nelle istituzioni è una questione di civiltà. Renzi ha già detto che, legge o no, il PD rispetterà la parità nelle future liste (è credibile per aver già assicurato pari numero di donne nel Governo, come aveva fatto nella Provincia di Firenze e nella Segreteria del PD). È augurabile  che anche altri partiti si sentano costretti a seguirne almeno in parte l’esempio.

Il punto centrale, però, sul quale penso che valga la pena dare battaglia è quello della soglia di sbarramento di coalizione. Nella misura prevista del 12%, rischia di tener fuori dal Parlamento l’intero Centro, cioè 5 milioni di elettori e questa è una classica canagliata berlusconiana che, al di là della volontà di castigare i “traditori” di NCD, non ha nessuna possibile giustificazione: non quella di eliminare i ricatti dei “partitini” (un partito del 10 o 11% non è così catalogabile). Non quella di assicurare una governabilità che è già garantita dal premio di maggioranza. La quota eventuale del Centro andrebbe infatti, non a scapito della maggioranza ma della minoranza. Se il Centro supera la soglia di sbarramento, divide i seggi di minoranza con FI e 5Stelle, ai quali tocca dunque una quota minore. Se non ce la fa, i seggi di minoranza se li spartiscono Berlusconi e Grillo. Che questi mantenga una presenza rilevante, al Cavaliere non pare preoccuparlo. Quello che vuole, per il caso che le elezioni le vincesse il PD, è assicurarsi una nutrita pattuglia di parlamentari scelti a dito per proteggere i suoi interessi. Punto e basta!

Ma battersi perché il Centro resti presente in Parlamento non è una questione di poltrone. Sono profondamente convinto che un Centro di dimensioni rilevanti sia necessario per l’equilibrio del sistema e per gli interessi del Paese. Idealmente, dovrebbe essere l’ago della bilancia. Con una legge elettorale forzatamente bipolare questo non è possibile. Almeno rappresenti una forza in grado di far sentire la sua voce, in alleanza con il Governo o con l’opposizione, per moderarne gli eccessi e gli errori. Se la legge lo condannasse alla sparizione in quanto tale, al Centro non resterebbe che cercare un’alleanza con il PD o con FI e, presumibilmente, su questo si dividerebbe e rischierebbe comunque di essere  subalterno ai due schieramenti principali.

Un appello dunque ai parlamentari del PPI e in particolare al senatore Mauro. Abolire la soglia di sbarramento è ovviamente utopico, ma portarla dal 12 a un più ragionevole 10% non dovrebbe essere impossibile.

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