Gargani (PPE): tornare ad un’Europa politica

Il conto alla rovescia è iniziato: mancano cento giorni all’apertura dei primi seggi in vista delle elezioni europee 2014. Si tratta del secondo più grande esercizio democratico al mondo in cui 400 milioni di persone possono esprimere il proprio voto per eleggere il nuovo Parlamento europeo. Una legislatura, la settima, quella in chiusura, caratterizzata da molti eventi straordinari: l’adesione di nuovi Stati, la crisi economica e l’entrata in vigore del nuovo Trattato di Lisbona.

Futuro Europa ha incontrato l’on. Giuseppe Gargani, eurodeputato del PPE e presidente della delegazione Popolari per l’Europa al Parlamento europeo.

On. Gargani, l’Europa di oggi esce da un percorso di profondo cambiamento, anche istituzionale. Come sono stati questi cinque anni a Bruxelles?

Sono stati decisamente molto intensi. In questa settima legislatura come eurodeputati siamo stati chiamati ad affrontare diverse sfide importanti: il crescere del dislivello tra i Paesi dell’Europa, specie tra quelli del Nord e quelli del Sud. La crisi economica che ha stretto la sua morsa intorno a famiglie e imprese, mettendo in ginocchio Spagna, Portogallo, Grecia e, in alcuni periodi, anche il nostro Paese. E poi l’entrata in vigore del nuovo Trattato di Lisbona che, con l’annessione di nuovi Stati, ha richiesto un impegno importante in termini di lavoro parlamentare. Insomma, l’Unione di oggi è una macchina molto più complessa di quella di qualche anno fa.

Un quinquennio di grandi novità, dunque…

Un quinquennio senza sosta, direi. L’atteggiamento che il Parlamento ha mantenuto e il grosso lavoro svolto dai deputati è stato rivolto ad adottare e far rispettare il Trattato di Lisbona in tutti gli Stati Membri. Un’impresa giuridicamente non semplice con un una Carta, quella del Trattato, che ha rivisitato in maniera significativa il peso delle istituzioni comunitarie e le loro prerogative. Anche a scapito del Parlamento. L’annessione dei nuovi Stati, poi, ha ritardato il processo di adozione del Trattato e il funzionamento stesso del Parlamento che – mi consenta una considerazione – non ha ancora terminato fino in fondo le sue prerogative.

Qual è stata la battaglia politica che più l’ha vista impegnata in Europa?

La crescita della centralità della Germania – o come la si chiama, la germanizzazione dell’Unione – ha di fatto creato qualche squilibrio tra i Paesi fondatori dell’UE (Italia e Francia in testa) e ha fatto venir meno il ruolo di collegialità che è sempre stato vivo nelle istituzioni comunitarie. Come parlamentare italiano mi sono impegnato per difendere il ruolo del nostro Paese nelle Commissioni di competenza, in aula e nelle sedi in cui sono stato chiamato a farlo. Un esercizio reiterato poi con il grande tema del bilancio europeo 2014-2017, quello che la Commissione e il Consiglio avevano portato in aula privo di spese per investimenti. In quella partita, insieme agli altri parlamentari italiani, mi sono battuto politicamente affinché si rivedessero al rialzo le spese per investimenti contenute nel budget, a favore di tutti gli Stati membri. Una battaglia che abbiamo vinto e che ci permette oggi di poter garantire più crescita in Europa e, per quanto ci riguarda, anche più crescita in Italia.

Onorevole, Lei è esperto di materie giuridiche e si è occupato di Affari costituzionali, anche come membro dell’omonima Commissione. Quali le battaglie tecniche della sua attività a Bruxelles?

Personalmente sono stato impegnato sulla Direttiva per gli appalti. Ho lavorato affinché si modificassero nelle Commissioni i dettami che più imbrigliavano la disciplina comunitaria sui contratti pubblici. Una battaglia in punta di diritto che si è concretizzata nello stralcio del criterio del massimo ribasso, un indicatore giuridico che comportava il determinarsi di ribassi di gara troppo pericolosi portando spesso all’insolvenza le imprese aggiudicatarie e provocando rallentamenti ai cantieri e disagi per la collettività. Abbiamo cercato poi di andare incontro alle PMI attivando – sempre in tema di appalti – un sistema di spacchettamento dei macro bandi in appalti più piccoli, per facilitare la partecipazione al sistema di procurement pubblico anche alle micro e piccole imprese, che in Italia contano numeri importanti. In Europa, poi, mi sono occupato di diritto europeo, in materia di successioni. Un’attività rivolta ad  armonizzare, in tutti gli Stati Membri, una disciplina complessa che crea discrepanze e difficoltà amministrative. Abbiamo predisposto interventi concreti per l’agilità del lavoro dei tribunali, andando a colpire il gigante della burocrazia amministrativa in materia di giustizia civile e di diritto delle successioni.

Nel solco della riforma istituzionale europea, invece, materia che i Popolari per l’Europa battono con costanza, come dovrebbe cambiare l’Europa e quali i sui punti programmatici per la prossima legislatura?

Credo che l’Europa dovrebbe funzionare esattamente al contrario di come funziona oggi. E’ una battuta, sia chiaro. Ma una battuta che dà il senso dell’incompiutezza e della farraginosità della macchina europea. L’Europa così come è lavora male, manca di sussidiarietà con i cittadini ed è lontana dalla quotidianità delle persone. L’orizzonte europeo è corposo. L’Europa esiste ed occorre impegnarsi per cambiarla. Innanzitutto l’Europa deve tornare ad essere politica. Oggi le istituzioni e i centri decisionali sono totalmente sotto il controllo della tecnocrazia e della finanza, che notoriamente rispondono a logiche asettiche e diverse da quelle politiche. Occorre in questo senso riportare la politica ai vertici delle decisioni e delle istituzioni. L’unità bancaria, poi, è una svolta che va perseguita con favore e sostenuta con energia, se si vuole migliorare il principio della libera circolazione dei capitali ma anche uniformare i sistemi di controllo bancario e finanziario. Il tetto del 3% del deficit/pil, poi, imbriglia in maniera importante le grandi politiche economiche e industriali dell’UE. Un parametro senz’altro da rivedere. Una maglia troppo stretta che per nulla tiene in considerazione le spese che gli Stati affrontano per investimenti: infrastrutture, ammortizzatori sociali, spese per la scuola, la cultura, etc. Insomma investimenti che hanno un ritorno diverso dal mero calcolo ingegneristico ma che comunque vengono computati come spesa corrente soggetta a politiche di rigore e austerità.

Insomma, per l’ottava legislatura e per il futuro, l’Europa dovrà essere meno ragionieristica e burocratica e molto più politica. Quanto all’aspetto più politico, occorre rafforzare la componente popolare in Europa, nella grande famiglia del Partito Popolare Europeo, che è e continuerà ad essere la famiglia culturale più importante dell’Unione. Proprio all’interno del PPE occorre rafforzare la visione e il ruolo dell’Italia, da sempre player culturale e politico di grande spessore ma non debitamente rappresentata negli organi, nei ruoli e nelle macro-politiche.

Insomma per l’Europa di domani serve più Italia nelle istituzioni e un’Europa a marcia ingranata. Una nuova Europa con grandi ideali e con strutture in grado di funzionare al servizio dei cittadini. Una sfida a cui i Popolari per l’Europa intendono dare un contributo politico importante.

©Futuro Europa®

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