De Gasperi, mio padre

Nato a fine Ottocento, nel Trentino ancora sotto il dominio asburgico, Alcide De Gasperi attraversa il Novecento da protagonista e da testimone. È deputato al Parlamento di Vienna nel 1911. Nel 1919 è accanto a Sturzo nel Partito Popolare. Arrestato dal Fascismo è costretto all’esilio in Vaticano come bibliotecario. In seguito fonda la Democrazia Cristiana ed è artefice della rinascita dell’Italia distrutta dal Fascismo e dalla guerra. Padre della Repubblica e della democrazia, insieme a Luigi Einaudi, crede nel Patto Atlantico e promuove l’unità dell’Europa.

“De Gasperi, non è stato solo un grande italiano, ma un uomo europeo di alta coscienza e come tale entrerà nella storia del mondo”. Questo alto riconoscimento gli viene dall’ex cancelliere della Germania Federale Ludwig Erhard che aggiunge: “Dopo la guerra è stata una vera benedizione per l’Italia l’aver potuto affidare la politica dello Stato a una persona di tanto valore quanto Alcide De Gasperi […] con il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi rappresentò un binomio felice per il futuro del Paese. I miei molteplici incontri con De Gasperi rimangono nella memoria per la serietà spirituale e morale d’un uomo al quale devo ancora oggi tanta gratitudine. […] Egli non fu mai un abile parlatore, ma proprio per questo la sua parola fu convincente, perché rivelava la purezza d’un animo che portava avanti valori e ideali. Nel pensare a lui mi rimane ancor oggi il rincrescimento che si sia perduto troppo presto un uomo tanto grande” (Ludwig Erhard – Bonn, settembre 1974).

Abbiamo incontrato Maria Romana De Gasperi, figlia e biografa dell’illustre politico italiano (suo è il libro di memorie “Mio caro padre”). Maria Romana ha affiancato anche il De Gasperi politico come una delle sue più strette collaboratrici ed è oggi Presidente Onorario della Fondazione Alcide De Gasperi.

L’uomo e lo statista De Gasperi: un uomo politico “d’altri tempi”. Un uomo della patria. In che modo Alcide De Gasperi concepiva, come lui stesso sosteneva, la politica come una “missione”?

“Per lui la politica è stata una “missione”. Ha cominciato fin dall’università quando seguiva i trentini che erano all’università di Vienna, oppure, gli operai trentini che lavoravano in grandi falegnamerie in Austria. In quel tempo il Trentino era molto povero e lo è stato fino alla Seconda guerra mondiale”.

Il sottile ed elegante linguaggio “degasperiano” vs la deriva dialettica che caratterizza la politica oggi. Quali erano i connotati del linguaggio di De Gasperi?

“Il suo modo di parlare era frutto di una scuola diciamo più severa qual era la scuola austriaca. La battaglia vocale assumeva anche allora dei toni alti, ma non si arrivava mai alle mani. Non c’era la televisione e anche durante le battaglie elettorali si parlava nelle piazze, che erano spesso piazze molto grandi (Trieste, Torino, Roma), e il discorso doveva essere sorretto da un ragionamento molto forte. Le persone in piazza erano pronte ad alzare dei cartelli quando volevano chiedere qualcosa e il politico rispondeva affinché il cartello scendesse. La gente si aspettava delle risposte. In una battaglia politica portata avanti per difendere la libertà, che ogni giorno si correva il rischio di perdere, si metteva comunque in pratica un modo di porsi che rispetto a quello dei politici di oggi era estremamente elegante”.

Lo scritto autografo “La parabola di trent’anni”: alti e bassi di un’esperienza umana e professionale, uno scritto che sottolinea le caratteristiche dell’uomo e del politico De Gasperi.

“Questo scritto appartiene al periodo dell’esilio in Vaticano, durante il Fascismo. Alcide De Gasperi era un uomo molto sicuro di sé. Non è che parlasse semplicemente con gentilezza, era abbastanza duro quando voleva ottenere qualcosa e soprattutto voleva che la gente comprendesse quello che diceva. Non è mai stato al centro di gravi polemiche, anche sui giornali. Dimostrava una grande cura del ragionamento e soprattutto emergeva la sua ‘concisione’. Arrivava sempre al cuore del problema senza fare grandi promesse come i bravi parlatori sapevano fare”.

L’Italia del Secondo dopoguerra: la volontà di costruire un mondo migliore di ieri vs l’attuale modo (per certi versi distruttivo) di fare politica.

“Dopo la guerra la situazione era molto critica: l’esperienza del Fascismo alle spalle, il passaggio dalla monarchia alla Repubblica, i conti da rifare con gli Alleati, coloro che avevano vinto la guerra. La distruzione intorno.. L’Italia meridionale era stata bombardata addirittura dal mare, ma anche al nord intere città erano state bombardate: Torino, Bologna. La ricostruzione materiale da sostenere era immensa. Si trattava di problemi gravi ma da affrontare velocemente. Mancava il pane per la gente.. mancava da mangiare. Mio padre coinvolse l’America per farci mandare del grano e la nave che arrivò in Italia fu il primo segno che i nostri vincitori volevano darci una mano per ‘ricostruire’. Il passaggio dalla monarchia alla Repubblica fu poi un momento angoscioso. De Gasperi parlò più volte con re Umberto per convincerlo della fine della monarchia dato che i voti  – che venivano conteggiati a mano – erano ormai a favore della nascita della Repubblica. In quel contesto De Gasperi tenne poi un discorso alla radio sottolineando la necessità di considerare il dramma umano vissuto dal re che fuggì senza salutare quasi nessuno. Re Umberto aveva ereditato una disfatta e la compromissione con la dittatura. De Gasperi invitò inoltre tutti i partiti a non trasformarsi improvvisamente in vincitori. Occorreva mettersi assieme considerando che la strada era tutta in salita. ‘Diamoci la mano uomini di buona volontà’, diceva Alcide De Gasperi. Fu questo lo spirito con cui De Gasperi proponeva di vivere la nascita della Repubblica che era anche un periodo di ricostruzione”.

L’orizzonte europeo: un traguardo per il quale, sosteneva Alcide De Gasperi, era necessario distruggere molto per costruire il nuovo. Alcide De Gasperi promuoveva l’unità dell’Europa. Con quale spirito?

“L’Europa fu il suo grande ‘sogno’, l’ultimo grande lavoro, insieme a Schuman e Adenauer. Fu quasi un miracolo pensare di costruire un’unità di popoli europei che fino a pochi anni prima avevano combattuto, gli uni contro gli altri, una guerra molto dura, terribile.  Il progetto era mettersi insieme per condividere politiche e risorse anche per non essere più costretti a chiedere ad Altri. Mettersi insieme invece di dividersi. Alle spalle c’era l’esperienza della guerra.. L’idea che prevaleva era quella di diventare tutti ‘uomini europei’. Schuman, Adenauer e De Gasperi vedevano soprattutto un’unità politica e non esclusivamente economica. Tuttora oggi se l’unione politica vacilla sarà sempre più difficile portare avanti un’idea di Europa che sappia affrontare anche delle realtà emergenti come l’India e la Cina che, soprattutto sul piano economico, hanno fatto molti passi in avanti. L’Europa, culla della cultura, senza un’unità politica rischia di perdersi”.

Quando era in carcere nel 1927, scrivendo alla moglie, De Gasperi ribadisce la sua “vocazione”: “Ci sono molti che nella politica fanno solo una piccola escursione, come dilettanti, ed altri che la considerano – e tale è per loro – come un accessorio di secondarissima importanza. Ma per me fin da ragazzo, era la mia carriera, la mia missione” (Lettera dalla prigione –  6 agosto 1927).

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