Cronache dai Palazzi

L’Aula di Montecitorio respinge con scrutinio segreto le pregiudiziali di costituzionalità presentate dai gruppi di minoranza. Conti alla mano sono stati più di 20 i franchi tiratori ma Matteo Renzi ha commentato: “Bene, abbiamo tenuto, ora avanti, si fa”. Presupponendo la ‘correttezza’ della minoranza dem , nei giorni scorsi il leader del Pd aveva dichiarato: “Cosa ci guadagnano Cuperlo e gli altri a stoppare una riforma che si basa su due capisaldi del Pd, come bipolarismo e ballottaggio?”

Eppure il dibattito attorno alla legge elettorale suscita non pochi risentimenti. Si vuole enfatizzare a tutti i costi lo ‘status quo’ dei partiti più numerosi in nome di una presunta governabilità che comunque è tutta da verificare sul campo. La stessa soglia del 37% sembra essere stata il frutto di un negoziato, se non addirittura di un compromesso. La stabilità del Paese non è il frutto mero e semplice di un calcolo numerico fatto, ante, a tavolino e la volontà di rincorrere i numeri testimonia la paura della nostra democrazia di non farcela e quindi il voler, a tutti i costi, garantirsi ‘uno scudo’ pur di governare. Il dibattito parlamentare, a sua volta, dovrebbe apportare alla riforma della legge elettorale il sale necessario, più che essere teatro di scontro. Grillo, in particolare, invoca una “nuova Resistenza” e i suoi “guerrieri” confondono l’ostruzionismo con i pugni. In un contesto del genere, la richiesta di “impeachment” (termine impropriamente usato ma inteso nella semplificazione giornalistica) assume i contorni di un’ennesima mossa propagandistica per rivendicare che il Movimento esiste ed è pronto a distruggere il sistema esistente. Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, incassa la denuncia e pronuncia un rassegnato: “Faccia il suo corso”, evitando i commenti e scegliendo di rimettersi alle regole.

In definitiva i pentastellati affollano i mezzi di comunicazione con i loro “atti intollerabili”, come li ha definiti la presidente Boldrini, celano le incertezze che permangono all’interno della maggioranza e all’interno dei due maggiori partiti, Pd e FI, dove serpeggiano vaste aree di scontento, alimentate da liti di potere furibonde.

In Europa Letta si è trovato invece a dover difendere, per l’ennesima volta gli “sforzi” dell’Italia, assicurando che il percorso delle riforme sta facendo il suo corso, proseguendo verso la meta: “In questi ultimi tre anni l’Italia ha cominciato l’anno sotto la tempesta dell’emergenza finanziaria, quest’anno cominciamo con la possibilità di fare scelte di lungo periodo per essere più competitivi”. Il presidente Barroso fiuta però puzza di bruciato e non rinnova apertamente la sua stima al Belpaese,  bensì lo sprona a fare di più. “Nonostante l’Italia inizi l’anno senza emergenze finanziarie – sottolinea il presidente della Commissione europea – le sfide restano: il debito pubblico è ancora troppo alto e la competitività è ancora bassa. L’Italia è un Paese ancora vulnerabile e fragile e non c’è motivo di compiacimento”. L’Italia deve necessariamente fare di più, deve recuperare “una stabilità strutturale”, il mezzo più sicuro per realizzare delle concrete riforme di lungo periodo. Letta non smette comunque di chiedere fiducia all’Ue e, pur incassando i numerosi dubbi, diffonde prospettive incoraggianti prevedendo un Pil in crescita. Il 2014 sarà “finalmente un anno in crescita dell’1%, mentre per il 2015 il Pil è previsto in aumento del 2%”. Con il ‘pacchetto delle privatizzazioni’, inoltre, “sarà possibile fermare il debito pubblico”, la vera spina nel fianco.

Letta cita di nuovo il semestre europeo di presidenza italiana prefigurandolo come l’apice di un percorso virtuoso focalizzato sulla crescita e sul lavoro, e quindi finalizzato a sconfiggere “un malessere sociale che mette in difficoltà la stessa idea di Europa”. Nel contempo il Consiglio d’Europa bacchetta il Belpaese a proposito di welfare, tantoché il rapporto dell’istituzione di Strasburgo contesta varie violazioni della Carta sociale europea sottoscritta anche dal governo italiano. Dal suddetto rapporto emerge l’assenza di un reddito minimo garantito a tutti, considerato dai principali Paesi europei una effettiva misura di inclusione sociale contro la povertà; le pensioni che si aggirano mediamente attorno ai 500 euro mensili sono troppo basse per garantire una vita dignitosa. Nel testo di 50 pagine vengono messe nero su bianco anche preoccupanti carenze del sistema assistenziale e sanitario; politiche per la sicurezza sul lavoro inappropriate; forme di sostegno ai disoccupati insufficienti e, come se non bastasse, vengono denunciate discriminazioni per l’età o per l’appartenenza ad alcune minoranze etniche. Secondo il Consiglio d’Europa le violazioni italiane stanno assumendo dei contorni ancor più preoccupanti in questo periodo di grave crisi economica ed occupazionale, in cui la precarietà e l’impoverimento dilaga soprattutto tra le classi medio basse.

Il Consiglio d’Europa concentra la sua verifica dell’Italia sui diritti fondamentali dei cittadini: condizioni di lavoro più sicure (art. 3); tutela della salute (art. 11); sicurezza sociale (art. 12); assistenza sanitaria e sociale (art.13); servizi di Welfare (art.14); protezione degli anziani (art.23); difesa dalla povertà e dall’esclusione sociale (art. 30). In sostanza secondo il rapporto del Consiglio d’Europa in Italia chi versa in condizioni di povertà, malattia, disoccupazione o altri tipi di disagio non può contare su strutture assistenziali di base adeguate in linea con gli standard europei. Di fronte a questa dura analisi targata Ue il ministro del Welfare, Enrico Giovannini, arrivato a Bruxelles in Commissione insieme a Letta e ai ministri Saccomanni e Bonino, ha assicurato al commissario europeo per gli Affari sociali, l’ungherese Laszlo Andor, l’attuazione di interventi per il lavoro e per la lotta alla povertà già nei prossimi mesi.

Il nostro Parlamento e i suoi episodi di ‘bagarre’ che fanno il giro di tutto il mondo non sono, di certo, il miglior biglietto da visita per un Paese che ha già le sue fragilità. In un clima così avvelenato le riforme, qualora ci saranno, non bastano. Dopo aver portato a casa la tempistica promessa a proposito di legge elettorale (entro fine gennaio il testo a Montecitorio) il segretario del Pd, oltre al Jobs act, annuncia che da qui al 15 febbraio presenterà un “testo condiviso per superare il Senato e chiarire i poteri delle Regioni”.

“Guidare il governo non è nei miei piani, non adesso”, assicura Renzi che conferma il suo leitmotiv anche quando gli si chiede (Alfano) di mettere le mani su un eventuale rimpasto. “Ci sono milioni di italiani senza lavoro e noi parliamo di poltrone? Di rimpasto e ministri è bene che se occupino gli addetti ai lavori”, ammonisce il leader dei democratici.

Occorre, infine, ripristinare necessariamente un’etica della responsabilità, alimentata da razionalità e buon senso, che sia in grado di restituire alle istituzioni, strutture e persone, la dignità che hanno smarrito.

©Futuro Europa®

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