UE, scudo agli investimenti Made in China

Il programma Made in China 2025 è un progetto che punta ad assicurare la leadership nei settori tech, energia ed infrastrutture a Pechino. L’attivismo cinese, con tutta la serie di acquisizioni e, non ultimo, il sistema della nuova Via della Seta, hanno causato parecchie preoccupazioni in Europa per le possibili implicazioni di sicurezza nei campi interessati delle telecomunicazioni, tech e difesa. Questi motivi hanno portato la Commissione Europea a preparare un nuovo regolamento per lo ‘Screening degli investimenti stranieri nell’Unione Europea’ che interessa tutti gli interventi extra-europei, anche se l’obiettivo non dichiarato pare essere proprio il gigante cinese.

Non si tratta di argomenti nuovi, negli Stati Uniti esiste un modello simile che è il CFIUS, gestito a livello federale, si decide se l’investimento straniero è coerente o meno con le politiche di sicurezza statunitensi. Al momento la UE ha competenza esclusiva in materia di negoziati ed accordi commerciali nel caso d’investimenti da parte di paesi terzi, in questo frangente sta invece mettendo a punto un sistema ibrido. Il progetto si propone di armonizzare i 12 sistemi di screening nazionali ora esistenti ed arrivare ad una valutazione congiunta sugli investimenti strategici della Commissione unitamente altri stati membri. Il risultato dell’opinione comune espressa sull’investimento dovrà valutare l’impatto dal punto di vista della sicurezza e dell’ordine pubblico. Il cambiamento principale rispetto il modello attuale è che la decisione finale spetta sempre allo stato membro in cui l’investimento è proposto. La proposta della Commissione invita anche i paesi che non hanno ancora un sistema di screening nazionale a dotarsi di uno strumento di tale tipo sulla falsariga dei 12 che già lo possiedono.

Detto dei progetti di interesse nazionale, restano quelli di precipuo interesse europeo, in questo caso il ruolo della Commissione diventa preminente e la raccomandazione che ne scaturisce dovrà essere primariamente tenuta in conto dal paese interessato il ‘più possibile’. I “progetti di interesse europeo” principali sono i programmi TEN (Transeuropean Networks), che riguardano le infrastrutture trans-europee  nel settore energia  e telecomunicazioni, ed il TEN-T il programma che riguarda le infrastrutture di comunicazione. L’unico settore escluso è quello della difesa.

La nuova iniziativa europea è stata annunciata dal presidente della Commissione Jean-Claude Juncker nel suo discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato lo scorso 13 settembre davanti al Parlamento europeo, a Strasburgo: “L’Europa è aperta al commercio ma deve esserci reciprocità,  vogliamo rafforzare il programma commerciale europeo, respingendo le acquisizioni che minano la sicurezza degli Stati Membri.  Non siamo partigiani naif del libero scambio, ma serve un nuovo quadro dell’UE sullo screening degli investimenti nel caso un’azienda esterna, voglia acquisire un porto, infrastrutture strategiche o una società nel settore tecnologico della difesa. La procedura deve essere trasparente e sottoposta a un esame approfondito“.

Quello che il Presidente non ha detto, ma è risaputo, è che la spinta a cambiare le regole è venuta dall’asse Roma-Parigi-Berlino, con una Merkel particolarmente indispettita per quanto successo con l’acquisto del 35% del costruttore tedesco di robot Kuka da parte di Midea senza il via libero del governo tedesco. In precedenza c’era stati i casi dell’acquisizione da parte di ChemChina nel 2016 della svizzera Syngenta, cui l’anti-trust europeo aveva concesso il benestare dopo lunghe trattative. Un via libero che non si è invece avuto in Ungheria dove la Commissione europea ha bloccato il progetto di linea ferroviaria ultraveloce che doveva unire Belgrado e Budapest. Più che di strisciante protezionismo si tratta di un rafforzamento della disciplina della Golden Power, fondando l’utilizzo dei poteri speciali sulla mancanza di reciprocità con il gigante cinese. Le aziende europee che vogliono fare acquisizioni in Cina difficilmente possono superare la quota del 50% e devono sottostare a numerose condizioni che ne limitano l’autonomia.

In ultima analisi la Commissione UE presenterà un rapporto biennale sugli investimenti esterni nei settori economici dell’Unione. In particolare verrà analizzata la politica di sussidi statali alle imprese che vengono ad effettuare investimenti nella UE e che andrebbero quindi contro le norme europee sulla concorrenza.  In particolare si dovrà rispettare la normativa dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) per evitare l’apertura di procedure in tale sede.

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