Doing Business 2016, Italia

Non è facile definire in parole semplici cosa sia la Doing Business 2016 edita dalla World Bank, giunta alla sua 13^ edizione, possiamo sinteticamente definirla come la misurazione dell’impatto della burocrazia sulle aziende.  La World Bank prende in esame 189 economie dall’Afghanistan allo Zimbabwe e va a parametrare le norme vigenti nel paese in questione e come queste interagiscano con l’attività delle imprese residenti.  Gli indicatori spaziano dalle normative commerciali al copyright, sono 11 le aree di impresa prese in esame dalla Doing Business. Dieci di queste aree sono incluse nella classifica di quest’anno, dalla facilità di fare affari all’avvio di un’impresa, dalla facilità di ottenere permessi di costruzione all’allacciamento all’energia elettrica, poi la registrazione delle proprietà, l’ottenimento del credito, la protezione degli investitori di minoranza, la semplicità del pagamento delle tasse, gli intralci o meno al commercio transfrontaliero, la capacità di far rispettare i contratti e risolvere eventuali insolvenze. La Doing business misura anche la regolamentazione del mercato del lavoro, che non è incluso nella classifica di quest’anno.

In 122 economie si sono avuti miglioramenti nell’ambito del quadro normativo locale l’anno scorso, i più significativi nel campo della riduzione della complessità relativa all’avvio di un’impresa. Costa Rica, Uganda,  Kenya, Cipro, Mauritania, Uzbekistan, Kazakistan, Giamaica, Senegal e Benin sono le economie che hanno migliorato di più il loro rating durante il biennio 2014/2015 nei settori monitorati da Doing Business. Nei 10 campi oggetto di misurazione sono state implementate 39 riforme regolamentari rendendo più facile fare affari. L’Africa sub-sahariana ha realizzato da sola quasi il 30% delle riforme normative dirette a facilitare l’attività delle aziende sul proprio territorio, seguita da vicino da Europa e Asia centrale. I paesi membri dell’Organizzazione per l’armonizzazione del diritto commerciale in Africa sono stati particolarmente attivi in questo campo, ben 14 delle 17 economie hanno realizzato importanti facilitazioni nel settore riducendo la complessità ed i costi dei processi normativi rafforzando nel contempo le istituzioni legali.

Le novità introdotte nella metodologia di misurazione sono state l’aggiunta di indicatori di qualità la registrazione della proprietà, i permessi di costruzione, l’energia elettrica ed la capacità di far rispettare i contratti. E’ stato anche aumentato il peso del commercio trans-frontaliero concentrandosi sul prodotto di punta da esportazione per ciascuna economia, un prodotto lavorato molto comune così come il suo prodotto di importazione e il suo principale partner commerciale per i prodotti di esportazione e importazione.

Venendo al nostro paese, l’Italia scala la classifica generale ‘doing business 2016’ guadagnando undici posizioni e salendo al 45mo posto rispetto alla 56ma posizione dell’anno scorso. Ma è la stessa World Bank a puntualizzare che però i dati sono pro-forma e riflettono correzioni sugli stessi, ossia i miglioramenti che sono avvenuti nel corso degli ultimi 12 mesi. Al primo posto di questa classifica si conferma Singapore, seguito da Nuova Zelanda e Danimarca. Tanto è bastato comunque ai rappresentanti del governo per attribuirsi meriti ed invadere i media con trionfalistici comunicati, “I dati rappresentano un ottimo risultato per il nostro Paese. Abbiamo dunque intrapreso la strada giusta. Occorre continuare a lavorare in questa direzione con l’obiettivo di arrivare tra le prime venti posizioni al mondo“, afferma il vice ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda. Il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, ha twittato di “avanti con più liberalizzazioni e semplificazioni“. E sempre su Twitter scrive anche Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd: “La Banca mondiale segna un netto miglioramento dell’Italia. Grazie alle riforme scaliamo la classifica mondiale. La realtà vince sulle chiacchiere“.

Toni decisamente fuori luogo e fuorvianti, in realtà è la stessa World Bank a ribadire che i dati vanno anche interpretati, sulle 10 aree prese in esame solo in una l’Italia ha migliorato, passando da 124 a 111 nel rispetto dei contratti. Nelle restanti 7 è peggiorata con punte di rilievo nei settori dei Permessi di costruzione (da 79 a 86) e dell’ottenimento di credito (da 90 a 97), rimanendo immutata nel pagamento delle tasse e nel commercio trans-frontaliero. La World Bank ha scritto che il Jobs Act, ha ridotto la ridondanza di norme, ma ha messo in evidenza l’importanza di un sistema legale solido per le imprese e per realizzare business. In Italia – osserva – i tempi per risolvere dispute commerciali nei tribunali erano di 1.210 giorni nel 2013, tre volte di più che Germania o Regno Unito.

©Futuro Europa®

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