25 ottobre 1983: Word, la scrittura entra nel PC
Il 25 ottobre 1983 Microsoft presenta Word 1.0. Non è il primo programma di videoscrittura in assoluto, ma è quello che introduce su larga scala un principio destinato a cambiare per sempre il modo in cui scriviamo: il WYSIWYG (What You See Is What You Get), l’idea che ciò che vedi sullo schermo sia esattamente ciò che otterrai sulla pagina. Sembra un dettaglio tecnico. Non lo è. È il momento in cui la visione di Bill Gates – un computer su ogni scrivania e in ogni casa – diventa realtà. Oggi sembra una visione molto pessimistica.
Per millenni la scrittura ha avuto un costo fisico, immediato, spesso irreversibile. Si incideva la pietra. Si scriveva a mano con penna e inchiostro, e ogni errore lasciava traccia. Si batteva su una macchina da scrivere, e ogni parola sbagliata significava un foglio da rifare, o una cancellatura visibile, imbarazzante, definitiva.
Con il word processor, tutto questo scompare. Il testo diventa modificabile. Cancellabile. Duplicabile. Spostabile con un taglia/incolla che oggi diamo per scontato, e che nel 1983 era una piccola rivoluzione cognitiva: per la prima volta si poteva pensare un testo come qualcosa di fluido, non più come una sequenza di segni fissati per sempre nel momento in cui venivano tracciati.
Quarantatré anni. Parliamo di una manciata di decenni, non di secoli. E in quella manciata di decenni la scrittura ha attraversato più trasformazioni di quante ne avesse conosciute nei duemila anni precedenti. Dal floppy disk siamo passati al documento condiviso in rete. Dalla pagina singola, isolata sul proprio computer, al documento collaborativo, dove più persone scrivono contemporaneamente, in tempo reale, magari da continenti diversi, vedendo il cursore dell’altro muoversi mentre corregge una frase. La scrittura, che per millenni era stata un atto solitario, è diventata un atto condiviso quasi per definizione.
E oggi arriviamo all’ultimo salto, quello che nessuno, nel 1983, avrebbe potuto immaginare. Prima scriveva l’uomo sulla macchina. La macchina eseguiva, registrava, formattava. Non aveva opinioni sul testo, non proponeva frasi, non correggeva il ragionamento. Oggi la macchina scrive con l’uomo. Propone, suggerisce, completa, a volte anticipa il pensiero prima ancora che l’autore lo abbia formulato per intero. Lo stesso Word, quello nato nel 1983 come semplice esecutore di comandi, incorpora oggi funzionalità di intelligenza artificiale che intervengono direttamente nel processo creativo. È un cambiamento di natura, non solo di grado.
Scrivere, per l’essere umano, non è mai stato solo trascrivere pensieri già completi. È stato, da sempre, un modo per pensare: la frase che si corregge da sola mentre la scriviamo, l’idea che prende forma proprio nell’atto di essere messa in parole. Se oggi una parte di questo processo viene condivisa con un sistema artificiale, la domanda che si apre non riguarda solo la tecnologia. Riguarda cosa significhi, per un essere umano, pensare per iscritto quando il foglio bianco non è più completamente bianco, ma già popolato di suggerimenti.
Non è necessariamente un impoverimento. Può essere, al contrario, un potenziamento: chi scrive oggi ha a disposizione uno strumento capace di correggere, riformulare, accelerare. Ma è innegabile che la scrittura, atto identitario per eccellenza, quello attraverso cui l’uomo ha sempre lasciato traccia di sé, oggi nasce sempre più spesso a quattro mani, e una di quelle quattro mani non è umana.
È un altro tassello di quello che chiamo Homo Googlis: non solo un individuo che usa la tecnologia, ma un individuo che delega alla tecnologia una parte crescente dei propri processi cognitivi, inclusa la scrittura, che per secoli è stata considerata l’espressione più intima e personale del pensiero. Il 25 ottobre 1983 la scrittura è entrata nel computer. Oggi, in quello stesso computer, una parte del pensiero che genera la scrittura non è più soltanto nostra.
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