Rapporto 3%, questo sconosciuto

La frase “rapporto deficit/pil entro il limite del 3% annuo” è probabilmente una delle più sentite e ripetute di questi ultimi anni, ma cosa si intende esattamente quando si ripetono queste parole? Come deficit si intende quella parte dei costi, o dirsi voglia uscite, che eccedono i ricavi, o entrate, nel caso di deficit pubblico, quello che a noi interessa in questo contesto, parliamo esattamente di disavanzo primario, ovverossia la differenza di bilancio negativa al netto degli interessi sul debito. Altrettanto acclarato è che nel caso di maggiori ricavi rispetto ai costi, avremo un avanzo primario e non un disavanzo. A grandi linee le uscite dello Stato sono tutte le spese della Pubblica Amministrazione per il mantenimento dello stesso e per erogare servizi ai cittadini, mentre le entrate sono composte dalle tasse e imposte versate da cittadini e imprese.

Quando con il Trattato di Roma si istituì la Comunità Europea, si richiamò la necessità di avere politiche di bilancio serie volte a garantire stabilità, necessità poi ripresa con i Trattati di Maastricht e Lisbona. Con l’entrata in vigore dell’euro si andarono a quantificare alcuni ordini di grandezza tesi a normare e stabilizzare le politiche di bilancio degli stati membri. Si decise quindi che in caso di deficit pubblico, questo non potesse essere superiore al 3% del PIL, e contemporaneamente si mise in vigenza un limite al debito pubblico che rimanesse sotto al 60% del PIL, con la postilla che comunque deve “tendere” a questo valore. I limiti sono sottoposti a vigilanza da parte della Commissione Europea, in caso di non osservanza di quanto stabilito, si sono tre livelli di escalation, all’avvicinarsi al tetto del 3% viene inviato al paese interessato un avvertimento preventivo, poi seguito da una raccomandazione (early warning). Se lo stato sotto esame non procede all’attuazione di politiche volte a correggere il tendenziale negativo, viene irrogata una sanzione costituita da un deposito infruttifero, vengono quindi concessi due anni “libertà vigilata” in cui si deve cessare l’andamento dispendioso e rientrare in zona di sicurezza, se al termine il paese non ha ottemperato alle raccomandazioni inviategli, il deposito viene trasformato in ammenda. L’ammontare della sanzione presenta una componente fissa pari allo 0,2% del PIL ed una variabile pari ad 1/10 dello scostamento del disavanzo pubblico dalla soglia del 3%. Qualora lo stato intraprenda immediatamente misure volte al ripristino di comportamenti virtuosi, la procedura (PDE) viene sospesa, ma portata al termine nel caso questi non vengano mantenuti. È comunque previsto un tetto massimo all’entità complessiva della sanzione, pari allo 0,5% del PIL, ricordiamo che l’Italia fu sottoposta a PDE nel 2005, procedura chiusa nel 2008 senza sanzioni in quanto si rientrò nei limiti di bilancio vigenti.

Spesso criticato per la sua eccessiva rigidità, il Patto ha dovuto subire un primo colpo nel 2004 quando la Corte di Giustizia Europea stabilì che la PDE non risulta essere obbligatoria, altro problema fu portato quando si sarebbe dovuta attuare nei confronti di Francia e Germania, ma per quanto fossero gli stessi promotori dell’architettura sistemica del PSC, in pratica fu impossibile procedere nei loro confronti. Questa rigidità si è poi manifestata possibile solo in momenti economici regolari, allo scoppiare della crisi fu evidente che una tale gabbia non poteva reggere, nel 2008 furono quindi introdotti parametri come “strutturale” e “tendenziale” tesi a premiare comunque comportamenti tendenti al rientro ed a spalmare l’analisi su cicli poliennali e non più riferiti solo all’arco temporale solare.

Da dove nasce questo magico numero del 3%? L’estensore fu un tecnico, Guy Abeille, nominato da Jacques Mitterand per elaborare una disciplina di bilancio che ponesse un freno al debito pubblico quasi raddoppiato a seguito di una campagna elettorale gonfia di promesse. Come dice monsieur Abeille, fu stabilito senza alcuna base scientifica: «Prendemmo in considerazione i 100 miliardi del deficit pubblico di allora. Corrispondevano al 2,6 % del Pil. Ci siamo detti: un 1% di deficit sarebbe troppo difficile e irraggiungibile. Il 2% metterebbe il governo sotto troppa pressione. Siamo così arrivati al 3%. Nasceva dalle circostanze, senza un’analisi teorica. Abbiamo stabilito la cifra del 3 per cento in meno di un’ora. È nata su un tavolo, senza alcuna riflessione teorica. Mitterrand aveva bisogno di una regola facile da opporre ai ministri che si presentavano nel suo ufficio a chiedere denaro […]. Avevamo bisogno di qualcosa di semplice. Tre per cento? È un buon numero, un numero storico che fa pensare alla trinità». Proposta la formula all’altra grande europea, la Germania, i tedeschi fecero i conti che il livello di indebitamento europeo all’inizio degli anni ’90 era pari a circa il 60% del Pil a fronte di una crescita nominale di circa il 5% con l’inflazione al 2%. In questa situazione i debiti potevano crescere al massimo di un 3 % all’anno, per non superare la soglia del 60%. Purtroppo le previsioni di una crescita di questa portata si sono rivelate ben presto esageratamente ottimistiche, e questo 3% inventato per caso, è diventato adesso una qualcosa di difficile da scrollarsi di dosso.

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