Equilibri europei

Un aspetto positivo del Governo Renzi è l’attenzione dedicata all’Europa. Il premier ha mostrato le sue carte sin dal discorso di presentazione del suo programma al Senato e poi quando ha ribadito che tenere i nostri conti in ordine è un dovere di fronte, non a Bruxelles o alla signora Merkel, ma ai nostri figli, sulle cui spalle non è lecito caricare una montagna ancora maggiore di debiti che li schiaccerebbe. Forse Renzi è persino troppo ottimista quando parla di figli. Il fatto è che se riprendessimo a indebitarci come in tempi dissennati del passato, la resa dei conti non aspetterebbe neppure loro. Verrebbe rapidamente, prima di quanto pensiamo, come stava accadendo nell’autunno del 2011, quando il Governo Berlusconi dovette farsi da parte per far posto a un esecutivo la cui prima priorità fu, come non poteva non essere, evitare il disastro, anche al costo di una maggiore recessione.

È una verità tanto ovvia che sembrerebbe superfluo ricordarla, ma il coro sguaiato degli eurofobi di destra e di sinistra tenta di far credere il contrario, scaricando sull’euro e sugli impegni europei colpe che sono dei  governi irresponsabili che si sono susseguiti  fino al 2011, in modo da far dimenticare le loro magagne e promettere un avvenire radioso che è solo un pericoloso miraggio.  Crearsi un nemico esterno è del resto una tattica tipicamente populista. E lo è altrettanto il far balenare come rimedio a una crisi che, proprio per la sua profondità, va affrontata con rigore e serietà estremi, il ritorno alle sciagurate pratiche di finanza allegra, alla liretta debole, periodicamente sotto attacco della speculazione ma tanto comoda quando si vogliono evadere i problemi strutturali con una bella svalutazione “competitiva”, che dà l’illusione di un po’ di fiato ma distrugge i risparmi di tutti e danneggia a medio termine la stessa economia. Non occorre per questo andarsi a leggere gli indigeribili  blog di Beppe Grillo o le farneticazioni di Salvini, Casapound, Magdi Allam. Basta leggere la dose di menzogne eurofobe che scaricano sui loro lettori i fogli della famiglia Berlusconi: il Giornale e, più ancora, Libero. Per questo è stato più che opportuno che  il Ministro Padoan rassicurasse i nostri partner sul fatto che il necessario abbassamento del prelievo fiscale sarà finanziato non con nuovi debiti ma con tagli alle spese e che il limite del 3% fissato da Maastricht al deficit annuale sarà rispettato. Ora aspettiamo che alle parole seguano i fatti, ma se la direzione sarà quella annunciata, bene.

Ed è anche musica per le orecchie di un europeista convinto, ma spesso frustrato dalla maniera in cui viviamo la vita delle istituzioni di Bruxelles, che Renzi abbia rivendicato con un certo orgoglio che l’Italia sa quello che deve fare e lo fará, senza bisogno di controlli esterni, perché è un Paese serio e vuole essere non il fanalino di coda dell’eurozona ma come una forza trainante nella ripresa economica del Continente. Che l’Italia sia, anche in tempi di crisi, la settima od ottava economia del mondo e la seconda economia manifatturiera dell’eurozona, a dispetto dei piagnistei dei talk-show, fa bene sentirlo ricordare da chi ci rappresenta. Abbiamo bisogno di una iniezione di fiducia in noi stessi. Se il giovane Premier riesce a darcela, tanto meglio. L’economia vive anche di questo. Ma la fiducia viene dai fatti, non dalle dichiarazioni d’intenzione.

La nostra politica europea deve però passare anche attraverso un’attenta partecipazione agli equilibri europei, che per troppo tempo abbiamo considerato tutto sommato secondari, una sorta di gioco franco-tedesco dal quale eravamo tagliato fuori, salvo quando cercavamo di conquistarci qualche buona posizione, più per questioni di prestigio interno che perché davvero consci dell’influenza che essa ci offriva (come nel caso di Mario Draghi) e talvolta magari per  trovare uno sbocco in Europa a politici diventati ingombranti in casa nostra (caso di Romano Prodi).

Questo è l’anno del rinnovo delle maggiori cariche comunitarie, Presidenza della Commissione e Presidenza del Consiglio Europeo. Sono posizioni di notevole influenza, da cui dipenderà in parte la possibilità di far evolvere l’UE verso una politica di sviluppo e di solidarietà più attiva ed efficace e verso un insieme organico capace di sviluppare una politica esteriore omogenea ed autorevole, come Renzi ha dichiarato di volere. La presidenza italiana del prossimo semestre ci darà la possibilità di contribuire a indirizzare questi sviluppi nel senso che vogliamo, ma sin da ora dobbiamo riflettere sulle scelte per noi più convenienti.

Per la Presidenza della Commissione vi sono al momento tre candidati: un greco che rappresenta la sinistra radicale e non ha nessuna possibilità al mondo. Letta lo ricevette a Roma con la sua solita cortesia, ma sapeva bene che era tempo perso. Poi ci sono i candidati dei due maggiori gruppi politici presenti nel Parlamento Europeo (cosa importante visto che il Presidente della Commissione, pur essendo designato dai Capi di Stato e di Governo dei Paesi membri, deve poi essere votato dal Parlamento). Conosco e stimo da tempo il candidato del Partito Popolare, il lussemburghese Junker, uomo di grande esperienza e mano sicura, che ha presieduto con competenza e autorevolezza l’Eurogruppo. Non so quanto sarebbe sensibile alle nuove istanze di sviluppo. So poco del candidato socialista, il tedesco Schultz, ma come Presidente del Parlamento Europeo ha un  buon  record di attività (e ha mostrato sensibilità per gli interessi italiani). Naturalmente un terzo o quarto candidato potrà emergere nei prossimi mesi. Spero che il nostro Governo non si orienti per simpatie ideologiche, di partito o “nazionali”, ma  scelga secondo il profilo che ritiene più adatto alla nostra visione del divenire europeo e al posto che la Commissione e il suo Presidente deve svolgervi. Barroso, rappresentante di un Paese marginale e privo di grande caratura personale, ha svolto il suo compito con dignità e in piena sintonia con i Paesi membri, ma senza sollevare entusiasmi.

È ora di tornare alla grande epoca di Presidenti della stazza di Jacques Delors, uno dei vari padri dell’integrazione europea in una fase cruciale della sua storia, grazie al suo peso personale e all’appoggio che riceveva da un grande Presidente come Mitterrand e da un grande Paese come la Francia. Negli equilibri di potere a Bruxelles, il Presidente del Consiglio Europeo pesa meno di quello della Commissione, ma è il volto visibile dell’Europa. Van Rompuy, il primo a occupare la carica, ha svolto le sue funzioni con modestia del tutto belga, ma forse è il momento di alzare il profilo dell’eletto e farne un punto di riferimento e di guida per tutta l’Unione. Ho scritto tempo fa e continuo a pensare che abbiamo due ottime carte da giocare con Mario Monti ed Enrico Letta. Mi auguro che le accidentate vicende della nostra politica interna non impediscano al Premier e al Governo di proporre e poi sostenere l’uno o l’altro con la forza e la convinzione dovute. Sarebbe un riconoscimento dovuto all’ottimo lavoro che ambedue hanno svolto in condizioni difficilissime e per l’Italia una conferma del peso e del prestigio che merita in Europa.

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