Roma, la prima volta di Frida Kahlo

Saranno le Scuderie del Quirinale ad ospitare dal 20 marzo al 31 agosto la prima retrospettiva della discussa protagonista femminile del surrealismo internazionale, Frida Kahlo. La curatrice del progetto è Helga Prignitz‐Poda, autrice del catalogo ragionato dellʹartista,  mentre gli organizzatori sono l’Azienda Speciale Palaexpo e MondoMostre. L’esposizione, che documenta l’intera carriera artistica di Frida Kahlo, raccoglie 130 tra  i capolavori dei principali nuclei collezionistici e le raccolte pubbliche e private provenienti da Messico, Europa e Stati Uniti.

L’artista nata nel 1907 in una delegazione di Città del Messico da padre tedesco e madre messicana, da sempre attratta dal comunismo e dall’anticonformismo iniziò a dedicarsi completamente all’arte a seguito di un terribile incidente che le spezzò la schiena in tre punti costringendola a ad affrontare 32 interventi chirurgici a causa di altre fratture e lesioni riportate. Questo periodo la vide costretta a letto, un letto a baldacchino con specchio in alto regalatole dai genitori che le consentì di produrre i numerosi autoritratti che oggi conosciamo. Per poter contribuire economicamente nella famiglia decise di fare dell’arte il suo mestiere, si convinse così a portare alcuni suo lavori da Diego Rivea, illustre pittore dell’epoca, per avere la sua opinione. Rivera ne fu subito colpito tanto che la portò con sé negli ambienti d’arte per farla conoscere, e stando a stretto contatto con il suo mentore se ne innamorò e ne divenne la moglie. La vita di coppia fu molto travagliata a causa dei tradimenti reciproci, non riuscirono mai ad avere figli a causa del fragile fisico di Frida, ma si amarono molto a loro modo.

Eclettica, selvaggia, controversa e fragile dalle sue opera emerge la sua vita come in uno specchio, o messa al microscopio. “Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni“ si legge nel suo diario, infatti lei ritraeva la sua realtà e gli elementi apparentemente incongruenti che lei accosta ai suoi autoritratti non sono altro che la rappresentazione di ciò che le accade. Una colonna romana frantumata in sostituzione della sua spina dorsale spezzata o le scimmie che amava e che aveva accolto in casa. Certo in alcune opere si avvicina molto al mondo onirico e irreale di Dalì, come nel dipinto Ciò che l’acqua mi ha dato dove compare una vasca dalla quale emergono le sue gambe contornate da elementi legati alla memoria, alla paura, alla sessualità e al dolore.

Le sue creazioni sono anche intrise di storia e dello spirito del mondo a lei contemporaneo, si possono rintracciare le trasformazioni sociali e culturali proprie della rivoluzione messicana di cui lei si diceva figlia. Nelle sue opere c’è il folklore, la tradizione e il passato indigeno segno del legame forte con la sua terra e la sua identità. La convivenza tra passato e contemporaneità nelle sue opere consente di capire meglio l’evoluzione e le strade percorse da tutti i movimenti culturali internazionali che attraversarono il Messico in quel tempo: dal Pauperismo rivoluzionario all’Estridentismo, dal Surrealismo a quello che decenni più tardi prese il nome di Realismo magico.

©Futuro Europa®

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