Morales, l’indigeno che vuole il mare in Bolivia

Il 27 gennaio la Corte Internazionale dell’Aia ha emesso una sentenza sui confini marittimi tra il Cile e il Perù. Il Perù è rimasto soddisfatto, il Cile pensa che non gli sia andata male, la vicenda si è chiusa bene, con grande utilità per il futuro che lega i due paesi, insieme alla Colombia e al Messico, nella costruenda Alleanza del Pacifico. Ma la sentenza ha riacceso violentemente l’altra lite della zona, quella che divide da più di un secolo il Cile e la Bolivia.

Nella guerra che vi fu negli anni 1879-83 il Cile sconfisse il Perù e la Bolivia che perse l’accesso al mare. Da allora le relazioni tra Cile e Bolivia sono state agitate periodicamente dal problema della richiesta della Bolivia di riavere il suo pezzo di costa del Pacifico. La Bolivia ha già posto la questione all’Aia e nei prossimi mesi invierà la documentazione. Il Presidente Evo Morales ha subito colto l’occasione per dichiarare che la sentenza favorirà la sua richiesta e che non accetterà alcun ricatto dal Cile. Gli ha subito fatto eco il suo vice, Alvaro Garcia Linera, definendo il Cile “paese aggressore e abusivo” e affermando che “il Cile ha l’obbligo di trattare con la Bolivia”. Il vice presidente Linera ha passato alcuni anni in galera per il suo passato di guerrigliero.

Gli osservatori richiamano alle prossime elezioni presidenziali di ottobre per inquadrare meglio la situazione del paese e del suo presidente Morales. Dopo agitate vicende politiche, Morales è riuscito, e non è il solo in Sudamerica, a cambiare la Costituzione per permettere il terzo mandato. Morales è il primo indigeno, ovvero un precolombiano (la parola indio spesso viene usata in tono spregiativo), a diventare presidente di un paese in cui la maggioranza della popolazione è indigena, 30% Quechuas, 25% Aymara, e Morales appartiene a questo gruppo, più gli indigeni dell’Amazzonia, indigeni che sono stati emarginati per secoli. La Bolivia ha due regioni, una a ovest, tra i 2500 e i 4000 metri di altezza, abitata da Aymara e Quechuas sostenitori di Morales, con una agricoltura povera di sussistenza, l’altra ad oriente, su terreno pianeggiante e fertile, con grandi risorse minerarie, abitata principalmente da bianchi e meticci. L’Aymara Morales, dopo duri contrasti, impone una nuova Costituzione nel 2009 e crea lo Stato Plurinazionale della Bolivia: vengono riconosciute 36 comunità indigene, le loro lingue diventano ufficiali come lo spagnolo, come le loro culture e i loro sistemi giudiziari, insieme a quello nazionale. L’anno dopo, nella provincia del Potosì, vengono linciati cinque poliziotti perché la legge locale lo ammette. In breve tempo Morales con il suo partito, il MAS (Movimento al Socialismo), si impone al paese ponendolo sotto il suo forte controllo.

Nel 2009 viene rieletto con il 64% dei voti. Morales non esita a far sparare anche agli indigeni quando questi sono in contrasto con i “suoi” indigeni Aymara. È il caso della strada che avrebbe dovuto attraversare il Parco Nazionale del Tipnis, abitato da indigeni Guaranì, per mettere in comunicazione il Chaparè, abitato da Aymara coltivatori della foglia di coca e sostenitori di Morales, con l’est del paese. Una marcia di protesta degli indigeni Guaranì è stata presa a fucilate. Morales prima ha fermato la costruzione della strada, poi in Parlamento è stata di nuovo approvata.

L’anno scorso Morales, di ritorno dagli amici russi, fu costretto a fermarsi a Vienna. Subito partì la campagna in Bolivia contro il “tentativo di uccidere Morales”. Proteste in tutto il Sudamerica, a La Paz manifestazioni contro l’Italia, con bandiere incendiate, a causa di una fantomatica chiusura dello spazio aereo a Morales. Niente di vero, ma quando Morales tornò in Bolivia fu accolto come un eroe. L’economia va bene grazie agli alti prezzi del gas e dei minerali di cui la Bolivia è grande esportatrice, si aggiungano i generosi sussidi distribuiti dal governo e non sarà difficile prevedere il terzo mandato presidenziale per l’indigeno Aymara Morales.

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