Il patto di coalizione

Letta e Renzi si sono incontrati. Una cosa così semplice, così normale, cioè che il Capo del Governo e il leader del partito di maggioranza si parlino, da noi fa notizia e quasi genera stupore. L’incontro, ci dicono, è stato positivo e fruttuoso. Speriamolo! Uno dei risultati positivi della vittoria di Renzi alle primarie del PD è che alcuni temi incandescenti siano stati proposti concretamente all’agenda politica e che per la prima volta se ne discuta con la prospettiva di una soluzione.

Dal punto di vista del metodo, la “novità” sta nel fatto che Governo e forze che lo sostengono abbiano deciso di mettersi attorno a un tavolo e di discutere e, se possibile, accordarsi, su un programma preciso per i prossimi dodici mesi. Anche qui, sembrano cose peregrine, che sollevano compiacimento ma anche qualche incredulo stupore. Ma sono cose ovvie e correnti in un qualsiasi Paese democratico e civile in cui governa una coalizione. Come in Germania, dove democristiani e socialisti hanno impiegato più di due mesi di ardui negoziati a definire un programma di governo articolato, preciso, impegnativo e che poi ambedue le parti, se ne può star certi, rispetteranno, accantonando per la durata della legislatura dispute e conflitti, personali e di partito.

Non dobbiamo realisticamente aspettarci altrettanto: non siamo in Germania. Però è lecito auspicare che Governo, PD, Scelta Civica, NCD, Popolari per l’Italia, si dispongano di buon animo e buona fede a individuare alcuni punti, essenziali, limitati ma qualificanti, per venire incontro alle emergenze del Paese nel 2014 e capiscano che poi devono andare avanti in buona armonia a realizzarli, perché la gente è stanca di risse da pollaio, stanca di sterili conflitti, stanca di vedere che si parla, si parla e non si ingrana mai la marcia giusta.

La lista delle cose da fare è nota, tutti la ripetono fino alla nausea. Sul piano economico, occorre alleviare il carico fiscale e, conseguentemente, ridurre la spesa pubblica laddove è realisticamente possibile (a cominciare dai costi della politica); sul piano del lavoro, varare una legislazione che incoraggi l’occupazione, magari sulla base del piano Renzi rivisitato alla luce delle compatibilità finanziarie; sul piano europeo, un programma concordato per i prossimi mesi e soprattutto per il semestre di presidenza, con obiettivi realistici (non fanfaronate alla Salvini o alla Grillo) e possibilmente individuando e poi sostenendo autorevoli candidature italiane ai posti principali; sul piano istituzionale, quantomeno una legge elettorale che ridia voce ai cittadini e permetta il sorgere certezza di maggioranze chiare e in grado di governare (di proposte ce ne sono sul tavolo ormai parecchie, Renzi si è dimostrato aperto e così Alfano, quindi speriamo bene; alcune idee sono un po’ pasticciate, altre più chiare e quindi migliori, ma comunque, con un po’ di buona volontà la quadratura del cerchio può essere trovata). Forse dimentico altri punti utili nell’agenda di governo, ma quelli che ho citato mi sembrano quelli essenziali. La legge elettorale, anche se pare lontana dalle preoccupazioni della gente e interessante soprattutto per la corporazione politica, è in realtà una chiave cruciale per l’avvenire: solo dall’emergere di una maggioranza omogenea e coesa si può intravvedere la possibilità di sciogliere nella futura legislatura nodi che in quella in corso è irrealistico pensare di affrontare.

Una cosa però è evidente: chi cercasse di caricare l’agenda con temi di parte, su cui è impossibile trovare un accordo nella maggioranza attuale, si assumerebbe la responsabilità, gravissima, di mettere a rischio anche le cose possibili. È il caso della cittadinanza jus soli, per la quale vedo con sconcerto che la degnissima Ministra dell’Integrazione si propone di avanzare proposte che non so se e quanto siano condivise dall’intero Governo (devo pensare di no, ma allora Letta la smentisca chiaramente) o delle nozze gay. Come ho scritto in altra occasione, sono temi sui quali, per la loro stessa rilevanza, dovrà pronunziarsi una futura maggioranza omogenea, se non, come mi parrebbe corretto e auspicabile, l’insieme dei cittadini con un referendum orientativo o, se del caso, abrogativo.

Che stipulare un patto di coalizione, con accordi precisi su punti definiti e praticabili spetti alla maggioranza, mi sembra un’evidenza che in nessun  altro Paese sarebbe messa in discussione. Su temi istituzionali di più ampio respiro è giusto cercare accordi che vadano al di lá di essa. Ma un programma di governo (non di riforme epocali) può e deve essere circoscritto alle forze che hanno scelto di appoggiare il Governo. Poi le altre forze faranno il loro mestiere di oppositrici e dalla maniera più o meno settaria in cui lo faranno saranno giudicate dagli elettori. Lasciamo che critichino, strepitino, insultino, invochino elezioni a ogni passo. È dopotutto normale! Ma, come si dice, i cani abbaiano, la carovana deve passare.

Trovare un accordo per un anno di governo e offrire una prospettiva concreta di stabilità e produttiva efficacia agli Italiani non spetta oggi a Berlusconi, Grillo, Salvini, Vendola, La Russa; loro si sono volontariamente sottratti a ogni seria discussione, scegliendo la via di un’opposizione sterile e “urlata”, appena mascherata dalle pensose quanto ipocrite concettosità dei Brunetta, delle Gelmini, delle Meloni: a loro spetta solo il compito di cercare di sfasciare quanto è sfasciabile. Spetta invece a Letta, a Renzi, ad Alfano, ai loro alleati del centro: a quanti, cioè, sotto lo stimolo del Capo dello Stato, hanno scelto di giocare un ruolo costruttivo in una fase grave e decisiva della nostra storia. Non hanno alibi. Non hanno scappatoie. Invitiamoli perciò a farlo con pazienza, realismo, buona volontà, rispetto reciproco. Hanno un’occasione forse unica per riscattare sé stessi e l’intera classe politica dai suoi tanti, troppi, errori ed omissioni. Se la perdessero anche questa volta, se lasciassero prevalere il vecchio vizio delle contrapposizioni strumentali, dei protagonismi deleteri, dei calcoli elettoralistici o di posizionamento a corto raggio, tradirebbero quel tanto di speranza che sta bene o male apparendo e sarebbero gravemente, imperdonabilmente, colpevoli di fronte al Paese.

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