Massimo Monti (Alce Nero): biologico ma di qualità

Da oltre trent’anni Alce Nero è sinonimo di un cibo proveniente da campagne libere da chimica e pesticidi, custodite e coltivate ogni giorno con rispetto e responsabilità perché, per Alce Nero, il cibo è in primo luogo relazione tra chi lo produce e chi ne fruisce. Il Gruppo Alce Nero ha chiuso il 2016 con 74,1 milioni di euro di fatturato registrando un incremento sul marchio Alce Nero superiore al 18% rispetto al 2015, con performance positive su tutti i canali distributivi confermando un trend di crescita positivo che dura da oltre 10 anni (negli ultimi 5 esercizi il valore delle vendite di Alce Nero è triplicato). Abbiamo intervistato Massimo Monti, Amministratore Delegato di Alce Nero, che stima l’anno in corso quale anno di consolidamento e di crescita moderata, con l’obiettivo di avvicinarsi agli 80 milioni di euro, ottenibile grazie al costante miglioramento della distribuzione dei prodotti Alce Nero, alla introduzione di nuovi prodotti ed alla importante crescita di notorietà ed apprezzamento del marchio e dei valori che esso sottende.

Quale è stata la filosofia alla base della nascita di Alce Nero?

Si può dividere idealmente in due parti, la prima riguarda la nascita nelle Marche, una esperienza di un gruppo di giovani che nel 1973 decisero di ripopolare la campagna in un periodo dove vigeva l’urbanizzazione. Istituirono una Cooperativa in un terreno dove c’era un monastero diroccato, facevano agricoltura biologica prima che questa esistesse davvero, visto che la legge istitutiva è del 1989. Ma soprattutto era una sorta di ribellione al nuovo che avanzava (industria e città) visto che si trattava di una cooperativa con tutte le forme di una famiglia e di una vita in campagna. Dettero il nome alla cooperativa di Alce Nero, mutuandolo dalla storia del capo pellerosse degli Oglala e nell’idea del fondatore, Gino Girolomoni, c’era l’idea di non perdere i valori società e della famiglia contadina. Iniziarono a commercializzare i primi prodotti ed arrivarono faticosamente, ricordiamo che allora non c’era il mercato di adesso, fino al 1989. In quell’anno decisero di affidare la gestione commerciale del marchio, dandolo in affitto per 10 anni, al Pastificio Corticella di Bologna, che ora non esiste più; questi dettero vita ad un catalogo più ricco rivolgendosi anche ad altri produttori ed aprendo alla vendita nelle Coop.  Alla scadenza del contratto decennale (quindi a fine 1999) Girolomoni si mise d’accordo con il nostro presidente Lucio Cavazzoni, allora Presidente della Cooperativa di apicoltori  Conapi, per proseguire il percorso delle due Cooperative congiuntamente. Quindi a fine 1999 Alce Nero Soc. Coop. e Conapi Soc. Coop. conferirono i propri marchi (Mielizia per Conapi) e rami d’azienda in una nuova Società allo scopo creata – Mediterrabio S.r.l. – mettendosi assieme per avere una unica gestione commerciale, logistica e di marketing. Mediterrabio S.r.l. iniziò quindi la sua attività operativa il 2 gennaio del 2000. La filosofia alla base di Mediterrabio era di sviluppare l’agricoltura biologica attraverso lo sviluppo di prodotti e di mercati , ed era ben condivisa; la visione di sviluppo futuro della Società comune dei due presidenti-fondatori, Girolomoni e Cavazzoni,  al contrario, si rivelò divergente su molti punti, alla fine troppi: nel 2004 la cooperativa Alce Nero uscì da Mediterrabio S.r.l. la quale, con nuovi Soci produttori ed agricoltori, nel 2006 cambio ragione sociale in Alce Nero & Mielizia S.p.A (poi nel 2015 nell’attuale Alce Nero S.p.A.).

Il settore del biologico ha avuto una grossa impennata, a quali fattori è dovuta questa crescita impetuosa?

Oggi il biologico è cresciuto tanto, soprattutto negli ultimi 5 anni, quindi proprio quelli della crisi. In Italia pesa nel totale del mercato food il 3,5%, cinque anni fa era al 2%, quindi è raddoppiato pur rimanendo un mercato di nicchia, e rappresenta comunque un valore di 4 miliardi di euro.

Se il mercato biologico è cresciuto, voi avete avuto un incremento doppio rispetto alla media, quale è il vostro segreto?

Sicuramente sono bravi i nostri produttori, dal punto di vista organolettico abbiamo sempre avuto prodotti buoni. Essendo presenti nei supermercati abbiamo visto che molti clienti compravano i nostri prodotti in quanto buoni e non solo perché biologici. Altro fatto è che negli ultimi 2-3 anni, per la prima volta nella storia, il mercato del food è rimasto fermo. In questo periodo sono cresciute tre linee principalmente: il biologico, il salutistico comprendendo anche il vegano, ed i prodotti tipici compresi i vari DOP e DOCG con un forte legame sul territorio quindi. Ecco Alce Nero raccogli da sempre nella sua proposta tutti e tre questi aspetti: tipicità avendo i propri produttori presenti sul territorio; salubrità per la grande attenzione alla naturalità e semplicità degli ingredienti (abbiamo eliminato l’olio di palma dai nostri prodotti già nel 2004 molto prima che venisse fuori la campagna che ha interessato tutti); poi, da sempre, Alce Nero è tutto e solo biologico.

Quello che chiede sicuramente il consumatore, oltre le normative, è la sicurezza dei prodotti alimentari, soprattutto se etichettati biologici, voi avete un controllo di filiera?

Ce l’abbiamo, anche se è perfettibile come tutte le cose, intanto oggi fatto 100 il nostro fatturato, oltre il 95% è composto da prodotti  dei nostri soci, i nostri azionisti sono fabbriche agro-industriali. I frollini che venivano da un fornitore non socio ad esempio, un anno fa abbiamo fatto una fabbrica nostra a metà dove vengono fatti, quindi anche quelli sono diventati un nostro prodotto a tutti gli effetti. Essendo i nostri produttori gli azionisti della società sono ovviamente responsabilizzati sul produrre alta qualità.

Riguardo l’accesso al credito, riuscite quindi in questo contesto ad avere un rating di filiera con le banche?

Le banche hanno una caratteristica: di solito danno i soldi a chi non ne ha bisogno. Grazie al cielo noi non ne abbiamo bisogno e quindi riusciamo ad avere delle buone condizioni ed a girarle a monte della filiera. Al momento riusciamo ad anticipare pagamenti ed aiutare quindi le aziende più piccole.

Il biologico è caratterizzato da prezzi superiori rispetto ai prodotti ‘normali’, è inevitabile tutto questo? E può essere un freno?

Biologico non vuol dire necessariamente buono, ma che si è prodotto seguendo il percorso stabilito, regolamentato e controllato. Anche nel biologico ci sono prodotti di fascia alta e di fascia bassa; per fare un esempio, la pasta di somala a marchio del distributore (le così dette private label, i marchi delle catene di supermercati) costano più o meno la metà della nostra. Noi siamo di solito un 30% più alti del prodotto di fascia alta non biologico, è questo il parametro da confrontare. Sicuramente siamo molto più cari sui prodotti freschi in quanto c’è un costo di produzione superiore.

Riguardo incentivi e fondi pubblici e/o europei?
Quando ci sono elargizioni di fondi succede che si ha una impennata delle superfici agricole biologiche, e poi quando questi finiscono si torna indietro. Il nostro modello di impresa è fatto proprio per essere svincolato ed indipendente da questi fattori.  Poi sarebbe opportuno che una agricoltura come la nostra che non inquina, che non fa male, dovrebbe avere un supporto pubblico maggiore, almeno dal punto di vista culturale e della corretta informazione. Bisogna dire che la regione Emilia-Romagna ha sempre stanziato quote di agevolazioni, poi ritengo sarebbe giusto che i benefici fosse maggiori.

La vostra penetrazione nei mercati esteri?

Siamo forse uno dei marchi più visibili all’estero, l’Italia ha la caratteristica di esportare molto, ma a livello di marchi a parte Ferrero, De Cecco e Barilla per dire, si vede poco a livello globale. Il nostro secondo mercato dopo l’Italia è il far-east, il Giappone in primis, poi Cina,  e Sud Est asiatico: quest’anno faremo un 16-17% del fatturato all’estero. Il nostro limite e problema è spiegare all’estero perché i nostri prodotti costano il doppio degli altri, e quindi dobbiamo fare una politica di marchio.

Mi pare che avete una forte presenza in sud-America, è corretto?

Sì, ma non come vendite, come acquirenti, abbiamo produttori di quello che viene chiamato fair-trade per i prodotti che qui non vengono coltivati, come caffè, cacao, zucchero di canna. Abbiamo una rete di piccoli produttori di 2-3 ettari, magari nelle montagne del Costarica o del Nicaragua, abbiamo una cooperativa in Costarica che si chiama Sin-Frontera che associa vari produttori locali.

Avete anche punti vendita diretti vostri?

Avevamo aperto 2 caffè – ristoranti – Alce Nero, uno a Cesena ed uno a Bologna, poi li abbiamo chiusi perché non è il nostro mestiere e perdevano. Quello di Bologna poi è diventato Berberè, abbiamo avuto la fortuna di conoscere i fratelli Aloe (i giovani fondatori di Berberè ed oggi nostri Soci in Berberè Srl… o meglio, siamo noi ad essere soci loro) e siamo entrati nella loro società delegandogli di fatto questa particolare attività che non rientra nel nostro core business.  Per ora è una società che non guadagna ma si sta espandendo e sviluppando velocemente: siamo arrivati a 7 punti compresi due a Londra.

Direttamente poi noi vendiamo online sul nostro sito dove abbiamo uno shop completamente rifatto e molto funzionale, anche perché noi abbiamo una linea di 300 prodotti e per quanto sia, in negozio ne puoi trovare 40-50 al massimo. Riguardo la vendita diretta, non abbiamo ancora deciso il come, ma strategicamente riteniamo che dovremo avere una rilevante parte dei nostri prodotti venduti direttamente, su questo abbiamo varie idee che stiamo sviluppando.

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