Nassiriya, dieci anni

Sono passati dieci anni da quel terribile 12 novembre quando l’Italia intera dovette fare i conti con la guerra, la morte e la distruzione. Era una mattina come tante laggiù a Nassiriya. O almeno così era cominciata. Con la solita routine di chi era ormai avvezzo alle missioni di pace in terra straniera. In terre massacrate dalla stupidità umana, dove l’unica certezza era quella della povertà estrema, dell’indigenza, della fame, della crudeltà delle bombe in un Paese lontano, ben lontano dall’essere pacificato.

Eppure, per tutti quelli che ogni giorno si alzavano dalle loro brandine da campo, imbracciavano un fucile, indossavano un elmetto ed un giubbotto antischegge, era un giorno come un altro. Pronti a fare il loro dovere di vigilanza, di scorta, di distribuzione di razioni alimentari ed acqua. Di rapporti con le autorità civili e religiose che, pur non vedendo di buon occhio i soldati stranieri sulla propria terra, avevano instaurato un rapporto speciale con i soldati italiani. Come sempre accade. Dove ovunque essi vadano.

Era un giorno come tanti altri. Poi, improvviso, l’attacco kamikaze. La strenua difesa. L’esplosione. La distruzione, il sangue e l’odore di morte che hanno gettato l’Italia nello sconforto. Nel dolore. Nella rabbia. Per un attimo tutti, indistintamente, abbiamo pensato che fosse l’inizio della fine. Tanti i morti, troppi. Per chi, per cosa.

Eppure, nonostante il sacrificio di sangue, siamo andati avanti. Forse più decisi di prima. Verso la pace? La democrazia? Difficile crederlo. Difficile solo il pensarlo. Sono sempre stato contrario alla guerra in Iraq. Contrario all’invio dei nostri soldati in quella che non ho mai considerato una operazione di peacekeeping perché non lo è mai stata così come non lo è quella in Afghanistan.

L’ho sempre detto a chiare lettere. Perché credevo, ed il Cia gate me ne ha dato ragione, che non ci fossero le motivazioni. Non c’erano le prove che Saddam Hussein, per quanto pazzo e sanguinario fosse, avesse le famose armi di distruzione di massa. Lo si sapeva, chiaramente. Ero contrario perché credevo, e credo, che la guerra in Iraq non sia stata fatta per ristabilire la pace e la democrazia in quella terra che fu una delle culle delle civiltà antiche ma per logiche internazionali che passano sempre sopra la testa di tutti noi.

Ero contrario perché il regime di Saddam, ben foraggiato fino alla fine degli anni ‘80 da Washington e dalla Cia, e non dico eresie perché è storia, non avesse nulla a che fare con l’imperatore del male Osama bin Laden e la sua centrale del terrore al Qaeda. Ero contrario e lo sono tutt’ora. Ma sono un italiano e per di più un giornalista che ha fatto come mestiere quello dell’inviato in zone di guerra o a rischio.

E in quei giorni dovevo essere a Nassiriya anche io. Solo la sorte ha voluto che rimanessi in Italia. La sorte, il destino chiamatelo come vi pare, ma tant’è che il mio volo militare per l’Iraq del 10 novembre, dove dovevo recarmi per scrivere un reportage sui nostri soldati in missione (come feci già per i Balcani) venne improvvisamente cancellato.

Alcuni di quei ragazzi li avevo incontrati in altre missioni ed in altre occasioni, e vedere la base italiana distrutta, il fumo, il fuoco e le lamiere contorte è stato come ricevere un pugno nello stomaco. Conosco molto bene quegli odori, quei colori di morte, quel fumo acre e conosco bene il modo di operare dei soldati italiani, ho vissuto con loro, mangiato con loro, dormito e scherzato con loro, per mesi. Per anni. Di molti sono rimasto amico come con quel generale, ormai in pensione, che nel decennale ha ricordato di essere stato là, dieci minuti dopo l’attentato, come responsabile della comunicazione. Un’amicizia che continua, forte, anche dopo tanti anni. Oltre le guerre, il dolore, le risate, le battute, i Balcani in fiamme, l’Italia dilaniata dalla crisi. Oltre il tempo.

Sarà perché ho affrontato anche qualche pericolo con loro, probabilmente e incoscientemente anche qualcuno di più, o perché tra quelle guerre ho trovato una moglie e la madre dei miei figli. Per questo, pur nella mia contrarietà politica alla guerra, non posso e non voglio dimenticare quei “fratelli” morti laggiù nel deserto iracheno. Non posso e non voglio che il loro sacrificio cada nell’oblio e nell’indifferenza. E non voglio nemmeno che vengano scherniti e additati come carnefici, distruttori, assassini. Perché non lo sono. Proprio come i nostri soldati che sono in Afghanistan.

E’ facile criticare, puntare il dito quando non si conosce, quando non si va in prima persona a verificare con i propri occhi. E’ facile quando si sta comodamente a casa in poltrona a giudicare questo o quell’evento, quella situazione. Chiacchiere da salotto in cui “certi” italiani sanno essere dei veri maestri. Un po come l’essere tutti allenatori.

Ho viaggiato molto, visitato Paesi “assurdi”, visto cose da far accapponare la pelle. Come la morte di quei soldati e di quei civili che erano li per documentare quello che accadeva. Ho visto gli orrori della guerra. Madri piangere i propri figli morti, le case distrutte, l’odio razziale, la guerra civile e la barbarie.

Ma ho visto anche tanta, tanta, solidarietà, tanto amore da parte dei nostri soldati, tanta riconoscenza dalle popolazioni. A volte basta poco per farsi volere bene. Una carezza, un sorso d’acqua. Gesti naturali che in troppi, nel mondo democratico e civile, hanno dimenticato.

Io so. Io conosco. E per questo non dimentico quei nostri fratelli caduti nel deserto iracheno, anche perché solo il fato o qualche altra mano, decise che quel giorno non dovevo essere dove invece era previsto che fossi, ed io non dimentico mai. E credo, voglio credere, che moltissimi italiani faranno altrettanto.

©Futuro Europa®

Condividi
precedente

Dalle agenzie stampa

successivo

MACRO, Dipartimento Cultura Roma Capitale

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *