Italia delle Regioni

Da una ricerca del Censis, le Province sono le istituzioni più adeguate per dare identità e governo alla “area vasta”: i casi più emblematici sono la gestione e manutenzione delle scuole superiori e delle  strade provinciali. La questione della soppressione delle province è quanto mai aperta. «La dimensione territoriale provinciale rimarrà centrale nei destini del nostro Paese. E questo vale a maggior ragione oggi, nell’attuale fase di crisi economica e finanziaria e di grande difficoltà della società civile», ha detto Giuseppe De Rita, Presidente del Censis, commentando i risultati della ricerca dell’istituto sulle modalità di governo dell’«area vasta».

Conclusioni che suonano come una risposta diretta alle dichiarazioni del ministro delle Regioni, Del Rio, che auspica l’approvazione delle disposizioni sulla soppressione delle province entro la fine del 2013, anche per evitare la tornata elettorale della primavera del 2014 in cui verranno a scadenza l’80 % delle amministrazioni provinciali.

La ricerca del Censis, dal titolo «Rileggere i territori per dare identità e governo all’area vasta. Dalla mappatura del territorio nazionale una ridefinizione delle funzioni di governo intermedio», presentata il 5 novembre scorso, nel corso dell’Assemblea generale delle Province al Teatro Quirino a Roma. “Nella gran parte delle province italiane si registra una capillare distribuzione sul territorio di popolazione, imprese e servizi, cui corrisponde una complessa trama di relazioni. Si pone dunque con forza l’esigenza di mantenere e rafforzare un governo di area vasta unitario e coerente.

Le funzioni di governo attualmente esercitate dalle province non possono essere frammentate, distribuite in capo ai Comuni che di volta in volta dovrebbero trovare un accordo per gestire servizi o reclamare politiche. Il caso più emblematico è quello delle scuole superiori. Se la loro gestione passasse ai Comuni, oltre a una riduzione delle economie di scala nel campo della manutenzione, si presenterebbero sicuramente altri problemi. Solamente il 18,3% dei Comuni italiani ha sul proprio territorio almeno una delle 7.036 scuole superiori (ubicate in circa 5.000 edifici scolastici). Trasferendo le competenze ai Comuni si determinerebbe una moltiplicazione dei soggetti di gestione: da 107 Province che si occupano degli edifici ospitanti le scuole superiori (in media, 65 scuole per Provincia) si passerebbe a 1.484 Comuni che intervengono nella gestione di 4,7 scuole in media ciascuno, dovendo trovare l’accordo e ripartire gli oneri con una media di 9,8 Comuni. In definitiva, oggi un ente – la Provincia – gestisce 65 istituti superiori, con tutte le economie di scala connesse e la possibilità di realizzare una programmazione formativa. Con la soppressione delle Province  i Comuni sede di istituti superiori si troveranno a gestire in media solo 5 scuole e dovranno condividere scelte e costi con il loro bacino d’utenza in media di 10 altri Comuni.

Le attuali circoscrizioni provinciali auto-contengono all’interno dei propri perimetri tutti i principali processi socioeconomici di area vasta. Gli enti che le governano sono dunque il livello istituzionale più adeguato per questo scopo.

La ricerca del Censis dimostra che il 75,7% dei 686 Sistemi locali del lavoro (Sll) italiani, ossia sistemi a forte coerenza e connessione tra residenza e attività lavorativa, si colloca all’interno del perimetro di un’unica provincia. Anche i distretti produttivi del Paese operano su cluster comunali che per la gran parte interessano il territorio di una sola provincia (64,3%) o al massimo di due province (25%). E le eccellenze territoriali del Paese, sia sotto il profilo dell’attività produttiva manifatturiera (il made in Italy) che della capacità di attrarre flussi turistici (i brand di maggiore prestigio), si insediano per la gran parte dentro i confini delle attuali circoscrizioni provinciali (rispettivamente, il 56,3% e il 70,8%).

Ma non solo il livello provinciale è quello più adeguato ad assicurare il funzionamento dell’area vasta. L’intervento non può risolversi in una sequenza di meri atti amministrativi pensati da soggetti legittimati a operare in aree differenti da quelle di applicazione. Per comprenderlo basta pensare alla gestione e manutenzione della rete stradale provinciale (pari al 72,3% della rete viaria complessiva). Si tratta di un’attività che non può basarsi su asettici automatismi. L’adeguamento della rete deve seguire lo sviluppo del tessuto insediativo, deve leggere i pesi urbanistici e accompagnare l’evoluzione dei territori produttivi. Deve integrarsi con la domanda di trasporto che viene dalla crescita del pendolarismo per studio o lavoro. Deve valutare l’impatto di questi processi e garantirne l’armonizzazione con le esigenze di tutela ambientale.

Lo studio del Censis conclude che le scelte in capo a queste materie non sono neutre. “È anche per questo che è bene che la loro titolarità sia affidata a istituzioni elette e controllate dai cittadini che guardano all’intero territorio di destinazione e di ricaduta delle politiche. Scongiurando con ciò una nuova stagione di particolarismi e di interventi meramente settoriali.”

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