Migration Compact alla prova dei fatti

La situazione dell’immigrazione dai paesi extra-europei è sotto gli occhi di tutti, se nel 2014 in Italia sono arrivate via mare 170mila persone, nel 2015 la cifra è scesa a 153mila, mentre in Grecia, nello stesso anno sono arrivati 800mila profughi. Le polemiche dei populisti e faciloni che parlano spesso senza avere cognizione dei fatti si appuntano sul cattivo funzionamento della Convenzione di Dublino. Come già descritto nei precedenti articoli sull’argomento non si tratta di una normativa europea in quanto tale, ma di una Convenzione liberamente sottoscritta da numerosi stati europei per definire un quadro normativo comune. Nelle sue tre estensioni la Convenzione di Dublino è nata e si è evoluta non per dare risposte ad un fenomeno di immigrazione totale e massiccio come quello cui stiamo assistendo, generato più da disperazione e fame, ma per dare risposta principalmente ai richiedenti asilo in quanto perseguitati o in fuga da zone dichiarate “soggette a conflitto”.  Non è un mistero che l’accordo non è in grado di fare fronte ai fenomeni attuali e che il suo funzionamento è ben lontano dall’essere perfetto, con tempi burocratici minimi di 10 mesi per l’identificazione e l’esame delle domande di asilo.

Le immagini della disperazione sono sotto gli occhi di tutti, a parte di Salvini e sodali che vagheggiano di respingimenti in mare senza mai specificare quali mezzi si dovrebbero usare verso barconi che stanno a galla per puro miracolo. La logica leghista e dei movimenti anti-europeisti è sempre la solita facile strada del raccogliere voti sulla pelle di chiunque, gli hotspot di accoglimento sono allo stremo, le procedure di identificazione secondo il sistema EURODAC se non attuato rende impossibile il reinvio dei migranti nel paese di origine, se non si sa quale sia difficile procedere in tal senso.

In questa realtà è nato il progetto Migration Compact messo a punto dal Governo italiano e da questi presentato all’Unione Europea, al momento si tratta di quello che viene chiamato un “non paper”, cioè non un documento ufficiale di discussione, ma una idea o una bozza di lavoro come qualsivoglia definire. I due pilastri su cui si poggia sono quello che la logica ha messo in evidenza da anni, ma su cui non si sono mai registrati passi avanti. Una campagna di blocco degli imbarchi sulle coste, la missione di pattugliamento EunavforMed avviene al momento nelle acque internazionali davanti alla Libia, l’idea è di allargare il raggio di azione della missione fin dentro le acque territoriali libiche, ma per fare questo è necessario il beneplacito dell’ONU e della richiesta da parte del Governo libico. Facile da ipotizzare, meno da attuare, il governo libico si è finalmente insediato da poco e non appare al momento ancora particolarmente saldo, l’Italia poi con il suo passato coloniale tocca nervi sensibili nell’establishment di Tripoli.

Il secondo pilastro è una serie di aiuti ai paesi africani per far sì che si creino condizioni di sopravvivenza tali da evitare l’induzione all’emigrazione da parte dei popoli che abitano zone ad oggi soggette a carestie e carenze alimentari e di lavoro. Lo stabilirsi di attività di impresa e condizioni di vita accettabili negli stati africani cooperanti ha ovviamente un costo, ragion per cui il ‘non paper’ italiano ipotizza strumenti chiamati ‘Common Eu Migration Bonds’. Tradotto in linguaggio popolare si tratta di emettere euro-bond e quindi contrarre debiti a livello europeo, cosa che ha immediatamente fatto alzare gli scudi alla Germania, da sempre contraria a condividere debiti con i paesi del ventre molle della Comunità Europea. Resta il fatto che la sola Germania quest’anno sosterrà costi per oltre 10 miliardi per l’accoglienza e che le clausole di flessibilità concesse all’Italia per i maggiori costi nella gestione dei flussi è comunque un costo, quindi il problema del finanziamento può cambiare nome, ma non il motivo di esistere.

La proposta che il premier ha presentato al presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, a quello dell’Europarlamento Martin Schulz, e al presidente di turno dell’Ue, l’olandese Mark Rutte, e che il ministro degli esteri Gentiloni ha descritto a Mrs. Pesc, Federica Mogherini, prevede un sistema simile all’accordo UE-Turchia, aiuti e cooperazione con i paesi dell’Africa che portino alla cessazione dei flussi migratori. La vice-presidente al bilancio UE Kristalina Georgieva ha accolto favorevolmente la proposta italiana arrivando a dichiarare «La proposta italiana enfatizza la necessità di una soluzione europea ampia, condivisa e complessiva e riconosce l’approccio che ha sempre avuto anche la Commissione Ue. Servono risorse per questa sfida». Non si possono nascondere le critiche delle ONG che sul territorio già operano che lamentano il mancato coinvolgimento degli stati africani nella proposta e quindi una visione a senso unico nella redazione del documento, don Mussie Zerai, candidato al Premio Nobel per la pace nel 2015, arriva a dichiarare che la visione del Migration Compact pecca di ignoranza strategica non recependo i motivi alla base dei flussi. Sicuramente si può affermare che le politiche europee stanno prendendo coscienza di come si debba cambiare l’approccio all’emergenza migratoria, ed il migration compact può comunque innescare una ragionamento su metodi innovativi per risolvere il problema.

©Futuro Europa®

Print Friendly, PDF & Email
Condividi

Sii il primo a commentare su "Migration Compact alla prova dei fatti"

Lascia un commento

Il tuo indirizzo mail non sarà pubblicato


*