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I nuovi potenti

C’è una nuova aristocrazia che avanza. Non ha stemmi, non possiede terre, non ha neppure una biblioteca degna di questo nome. Ha uno smartphone e un numero: quello dei follower. Un tempo il potere si misurava in ettari, poi in voti, poi in capitali. Oggi in visualizzazioni.

Il ragazzino che fino a ieri faticava a coniugare un congiuntivo entra in classe con l’aria di chi governa un impero perché centomila persone lo seguono su una piattaforma. Non sa bene dove si trovi il Donbass, ma ha un’opinione definitiva sulla geopolitica. Non distingue un bilancio da un estratto conto, ma dispensa consigli di finanza. E soprattutto parla. Parla sempre. a sua forza non è ciò che dice. È il pubblico che lo guarda. O meglio, che scorre davanti a lui.

La nostra epoca ha compiuto un prodigio: ha trasformato l’attenzione in moneta. Non importa se distratta, superficiale, volatile. È pur sempre attenzione. E l’attenzione, oggi, vale più dell’oro. Così il ragazzino con i follower si sente ricco. Ricco di sguardi, di commenti, di cuoricini. Ricco come a Monopoli, quando compri Parco della Vittoria e ti illudi di avere conquistato il mondo con banconote colorate che odorano di cartone. Ma Monopoli è un gioco. E la ricchezza di cartone non paga l’affitto.

C’è qualcosa di tenero e insieme di inquietante in questa illusione collettiva. Tenero perché ogni generazione ha avuto i suoi sogni di gloria. Inquietante perché qui non si sogna di diventare competenti, si sogna di diventare visibili. Non importa per cosa. Importa esserci. Esistere nello spazio digitale che tutto registra e tutto dimentica con la stessa rapidità.

Il punto non è il ragazzo. È il sistema che lo applaude. Siamo noi adulti che abbiamo smesso di distinguere tra notorietà e autorevolezza. Invitiamo influencer a parlare di temi che richiederebbero studio, esperienza, silenzio. Ci fidiamo di chi “buca lo schermo” più che di chi ha passato anni a leggere, a lavorare, a costruire un pensiero. Abbiamo sostituito la competenza con l’engagement.

Eppure, la realtà, quella vera, resta ostinatamente analogica. Il chirurgo non si sceglie in base ai follower. L’avvocato non si paga in like. Il pilota non si giudica dai commenti sotto un post. C’è ancora un mondo dove contano la preparazione, la responsabilità, la capacità di assumersi le conseguenze delle proprie parole e delle proprie decisioni.

Il ragazzo con centomila follower è potente finché l’algoritmo lo sostiene. Ma l’algoritmo non è una patria. Non è una legge. Non è una comunità. È una macchina. E le macchine non hanno riconoscenza. Oggi ti premiano, domani ti seppelliscono sotto una nuova tendenza. L’illusione più pericolosa è credere che l’eco equivalga al peso. Se in una stanza gridano in molti, il rumore aumenta. Non per questo cresce il valore delle parole. Anzi, spesso diminuisce. La storia non è cambiata dai cori. È cambiata da minoranze ostinate che avevano qualcosa da dire e lo sapevano argomentare.

Forse dovremmo avere il coraggio di porre una domanda scomoda: ma chi vi credete di essere? Non al ragazzo soltanto, ma a noi stessi. Perché ognuno, nel suo piccolo, cede alla tentazione di misurarsi in visibilità. Pubblicare per esistere. Commentare per contare. Schierarsi per non restare indietro. La grandezza, quella autentica, è sempre stata più silenziosa. Non aveva bisogno di notifiche. Non si nutriva di approvazioni istantanee. Si costruiva nel tempo, nella coerenza, nella fatica di pensare prima di parlare.

La rete è uno strumento straordinario. Ha democratizzato la parola. Ma la parola, senza responsabilità, si svuota. E quando tutti parlano contemporaneamente, non nasce un coro. Nasce una nebbia.

Forse il compito degli adulti non è spegnere lo smartphone ai ragazzi. È insegnare loro la differenza tra gioco e realtà. Tra Monopoli e bilancio. Tra follower e fiducia. Perché la fiducia non si compra, non si conta, non si moltiplica con un hashtag. Si guadagna. E quando le luci dello schermo si abbassano, quando l’algoritmo passa oltre, resta solo quello che sei davvero. Non quello che sembri per trenta secondi in una story. Il resto è cartone colorato. E prima o poi, qualcuno chiude la scatola.

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